Epistolario #1 // Caro L.

22 Giu

PROVA-32

LETTERA DI EMANUELA DE CECCO A LEONARDO DELOGU

Caro L.

Molti chilometri, molti treni, sveglie presto, qualche notte saltata.
Molti silenzi, molte parole, bellezza improvvisa, passi, gesti, sguardi. Ora sono qui.

Mi chiedi che senso ha trovarmi adesso in questo punto. Non ne sono sicura ma comincio a pensare si tratti di una conseguenza. Me ne sono resa conto un po’ alla volta, inizio a riconoscere che oltre la sorpresa, non espressa, c’era un’intenzione.

Nelle motivazioni attorno alle quali sta crescendo il tuo lavoro ho riconosciuto qualcosa di profondamente familiare, qualcosa che mi riguarda da vicino. Mi riferisco prima ancora che a King al percorso di seminari dello scorso anno, dove il titolo, Camminare sulla frana contiene un’indicazione molto chiara di poetica. Il richiamo a condividere un percorso nello stare, danzare, camminare, abitare un luogo che riporta a un grado zero su ognuno di questi versanti (date le circostanze, cosa si può fare?) comprende questioni che più in generale riguardano la volontà di praticare un luogo metaforico che porta a ripensare il proprio linguaggio, qualunque esso sia, la propria posizione. In altre parole per me ha significato un invito a misurarsi, singolarmente e in gruppo, in modo radicale su queste domande.

La frana come condizione sottile, paesaggio della crisi che si afferma proprio quando periodicamente si legge sui giornali che l’arte in tutte le sue declinazioni registra un seguito in termini di numeri che non ha mai avuto. La percezione è che nella maggior parte dei casi questo movimento si fermi in superficie, sia programmato per esaurirsi nell’atto del consumo senza generare conseguenze. Qualcosa è accaduto, possibile che l’agire pubblico, qualunque sia l’ambito, sia legittimato solo dal numero degli spettatori e la qualità dell’incontro sia diventata un accessorio?

Possibile che il termine esperienza, con tutto il carico di imprevisti, incertezze e sorprese che contribuiscono a definirne un significato condiviso per tutto il XX secolo, sia stato addomesticato e declinato all’interno del linguaggio dell’economia? Abbiamo bisogno di riguardare da più vicino queste parole, credo.

Non sono molto sicura di quello che so, almeno mi è chiaro che ci siamo incontrati in un punto dove questa domanda c’entra. È in questo senso che essere qui è una conseguenza. Non c’è stato bisogno di spendere molte parole, cercare di capire cosa è accaduto prima, quali storie, cosa si sia rotto, cosa sia andato perso, quali siano i desideri in gioco. Il confronto più urgente al quale siamo chiamati credo riguardi gli effetti di ciò che è stato e soprattutto quanto siamo disposti a rimettere in gioco adesso.

Siamo qui, ora, nel desiderio che anche altre persone condividano questa domanda.

Non ci sono dubbi che la frana alla quale fai riferimento non si sia esclusivamente un paesaggio colpito ma porta l’attenzione a una crisi più ampia che investe la nostra società dalle fondamenta, l’ossessione per i numeri e la spettacolarizzazione sono a loro volta derivati. Se è così, ripensare i nostri strumenti, il modo in cui li utilizziamo, sottoporre a verifica i punti di riferimento, rivedere le posizioni, non nasconderci dietro i ruoli o accomodarci sull’esistente non sono solo delle opzioni, né tantomeno aspetti circoscritti che influenzano uno stile, ma azioni necessarie. Abbiamo molto da fare, iniziamo ad avviarci, senza alcuna arroganza o presunzione di cambiare il mondo.

Io ho fatto un passo, tu hai costruito le condizioni perché questo incontro potesse continuare. Riconosco in questo un’apertura alla quale ho risposto, penso che la ricerca di un confronto tra sguardi con esperienze diverse, sia un fatto che va oltre il personale.

Segni dello spazio e del tempo. Tra il prima, il mentre, il dopo, di un racconto, mi capita spesso di portare l’attenzione sul dopo, ciò che resta, gli effetti, l’evidenza. Dopo la pioggia, dopo la mareggiata, dopo una manifestazione, dopo una festa, ogni evento lascia le sue tracce, sono sempre diverse ma c’è un elemento che le accomuna e si riconosce osservandole. Personalmente lo identifico con una materia che nel disporsi riesce a trasmettere un tempo sospeso.

Le tracce sono una particolare tipologia di segni dove né la forma, né la composizione sono pensate a priori: entrambe emergono, risultano, conseguono un’azione.

Esse ci dicono qualcosa di qualcosa che è accaduto, evocano presenze, movimenti.

Ci invitano al silenzio, mostrano solo una parte di una storia. Sta chi la incontra darle voce, intuirne la trama, va bene anche solo immaginarla.

Possono avere una vita brevissima o incidere stabilmente sull’identità di un luogo, così come di una persona. Il paradosso delle tracce e ciò che contribuisce a rafforzare la loro potenzialità poetica, è il suo stare in bilico tra queste possibilità così lontane tra di loro.

Le tracce indicano che qualcosa è concretamente accaduto e potrebbe riaccadere, non sempre sono benvenute. Ma più che l’aspetto minaccioso credo sia interessante osservare la condizione che rendono visibile, la fragilità che rivelano. Al di là dell’ordine di grandezza in cui si manifesta, questa fragilità è in grado di produrre forme di accoglienza imprevedibili, spesso più aperte rispetto a tutto ciò che di umano, animale, vegetale, minerale, costruito concentra i suoi sforzi per rimanere intatto.

È un’attitudine che riguarda anche il linguaggio. Parole, immagini, gesti, forme di comunicazione che nascono da questa fine smentendola. La trasformano rimettendo in gioco una possibilità.

In questa condizione anche un atto minimo diventa necessario, acquisisce una forza che si espande molto oltre le sue possibilità. Senza andare troppo lontano anche un fiore che spunta in un terreno arso è un buon esempio. Nel silenzio, dopo che ogni speranza sembra essersi esaurita, qualcosa accade, qualcuno o qualcosa si rianima.

La ri-nascita più della nascita.

Questi pensieri hanno cominciato a prendere forma a Genova, è allora che per me questa storia inizia. Ricordo i giorni del laboratorio immersi in un tempo concentrato, essenziale, silenzioso. Fare spazio, dentro di sé, nell’incontro con l’altro.

Genova è la mia città, me ne sono andata presto nel tentativo di non restare impigliata in troppe reti che nel tempo potevano trasformarsi in gabbie. La manovra è riuscita ma per anni a ogni ritorno corrispondeva una fuga, a ogni avvicinamento la necessità di ri-prendere le distanze. A un certo punto ho allungato il passo per andare più lontano. Come un elastico, il caso mi ha riportato lì, quasi scacco matto. Il lavoro sul vuoto, nel vuoto – non potevi saperlo – si è sovrapposto con la ripresa di un contatto con un luogo a cui appartengo. Noi parlavamo d’altro, io nel frattempo cercavo di prendere le misure di quello che stava accadendo.

Poi non sapevo cosa fare, due settimane dopo sarebbe iniziato l’accampamento, dove l’impegno grande era il tuo, ma anche l’idea di partecipare non era uno scherzo. So che in caso di rinuncia mi sarei tenuta fuori dal chiederti, dopo, com’è andata, inevitabilmente questa ipotesi avrebbe diluito questo incontro.

La distanza tra un’esperienza condivisa e un racconto resta difficile da colmare, impossibile da misurare. Questo vale sempre. In questo caso mi sono chiesta se, nell’apertura di uno spazio di lavoro da parte tua e di un gruppo di lavoro già avviato, non fosse implicito pensare anche a una diversa forma di chiamata in causa dello spettatore. Aprire tu, voi uno spazio di lavoro per coinvolgere diversamente possibili spettatori? L’andare, di conseguenza, verso l’assottigliarsi dei confini? Non lo so, forse un po’ di tutto questo, di sicuro un modo per condividere nell’esperienza le domande di partenza, certamente una tappa del percorso che ci ha portato qui.

Il resto ha preso forma lentamente. C’erano indizi sufficienti per capire che c’era solo un modo per saperne di più. Mentre i dubbi parlavano tra loro, mi sono concentrata sulla lista di cose che dovevo portare. Loro continuavano ma, complice il centro storico della città, nel frattempo era stato facile trovare tutto, così sono partita.

Manifesto
(Ognuna delle frasi che seguono può essere volta in forma interrogativa)

– Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.
– Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere.
– Immaginare il progetto come uno spazio che comprende riserve, domande da porre.
– Considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita.
– Avvicinarsi alla dignità con stupore.
[…]
– Valorizzare la crescita e lo sviluppo biologici, in opposizione alla crescita e lo sviluppo economici.
– Proteggere i siti toccati da credenze come un territorio indispensabile per l’errare dello spirito…

E molto altro. Così scrive Gilles Clément in Manifesto del terzo paesaggio. Queste parole non smettono di parlarmi, so che anche se probabilmente useresti altre parole, per te non è diverso. E se seguissimo le sue indicazioni, come sarebbe trasformare ognuna di queste frasi in una domanda? È un gioco, ha senso se le lasciamo vivere nell’esperienza.

Non è un dato scontato. Nella costruzione di questo percorso questa dimensione è centrale, stare in un tempo, prenderselo, a volte strapparlo, respirare.

Nell’agire che ci ha portato a questo punto vorremo incontrare sguardi complici di chi non dà niente per scontato, chi ha presente quanto sia ricco di possibilità il territorio del nonostante tutto e non teme di abitarlo.

L’arte può essere pensata come un centro di accoglienza di forme del linguaggio che non trovano spazio e diritto di esistenza altrove? Qualcosa che nasce inaspettato. Un passaggio dalla potenzialità alla concretezza. Un atto che trasforma.

Al momento, adesso, ho molti dubbi a proposito di quella che si definisce come giusta distanza. Per esempio Clément nel testo riportato poco sopra usa il verbo all’infinito. Attraverso questa forma si libera dai pronomi e apre la possibilità a chi legge di trovare la propria posizione. Ma questo testo così performativo è l’esito di un processo, nella ripetizione letterale perderebbe di senso, si svuoterebbe. Quindi, tornando al punto, la giusta distanza è giusta per chi? Secondo quali regole? Possiamo riconsiderarla ogni volta? Per quanto mi riguarda, all’interno di questo percorso, adesso, questa domanda è già in sé una questione che genera un lavoro. Dentro e fuori, come un movimento doppio che richiede un cedimento rispetto a ruoli e posizioni. Nel margine di esperienza che ho a disposizione le categorie e i confini progressivamente si riarticolano e acquisiscono un significato dove, più sottilmente, si intravedono aspetti legati a una dimensione di potere, il più potente, quello interno.

Tua M.

30.4.2013

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