Epistolario #2 // Cara E.

22 Giu

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LETTERA DI LEONARDO DELOGU AD EMANUELA DE CECCO

Cara E.

King è il nome di un cane. Il cane protagonista di un libro di John Berger, King.
Un cane randagio che vive in un insediamento abusivo vicino il cavalcavia di una città x.

King è anche Re, padrone, capo, guida, uomo maschio.

E King è anche la trascrizione, a volte, del “libro dei mutamenti” dell’impero cinese: I King.

Il libro profezia, il libro della trasformazione, dello scorrere continuo della materia.

Mi è sembrata, prima ancora di vedere queste cose, ed altre che tralascio, una sintesi perfetta.

La sintesi, un nome. Netto. Inequivocabile. E proprio perché riesce a svolgere quel ruolo di sintesi, dispiega dietro di sé, nell’ombra che proietta tutta la sua larghezza, complessità, stratificazione.

Un nome porta sempre con sé un certo carico d’ombra.

Aver trovato il nome li per li mi sembrò un luminoso segno del destino.
Un nome inglese, questo forse l’unico rammarico…

Affacciarmi a quel cono d’ombra , è stato, è, invece meno rassicurante.

Quello, a volte con la sola presenza, a volta nelle righe di quello che dici, tanto più quando provi ad essere accogliente e assertiva, a volte nella pura frontalità, è il luogo in cui periodicamente mi porti a prendere un caffè. C’è solo un’altra persona che lo fa, Cesare, ma in tutt’altro modo.

Mi viene da parlare di nomi e parole perché quanto penso a te, penso a tutte le volte che mi hai fermato sulla specificazione di alcune parole. “Perchè usi questa parola?”

Mi sembra una domanda bellissima.

Sono cresciuto dentro un luogo, la Valdoca, in cui il tempo speso sulla singola parola ha il ricordo della superficie di un fiume calmo. E il bisogno di rifondare le parole, quelle parole logore, malconce, stuprate, era la tempesta che si abbatteva sul fiume.

Tanto tempo a cercare di incarnare ogni senso, suono, spazio, silenzio.

Sento di esserci riuscito solo rare e illuminate volte, poche per la verità.

In questo viaggio da subito ho sentito chiaro il bisogno di scrivere intorno al lavoro.

Non mi era mai successo, non ne sono avvezzo oltre i miei appunti personali.

La tensione a trovare le parole, a condividere con i miei compagni di viaggio, le ricerche, le indicazioni, le intuizioni, è una caratteristica di questa esperienza. Ho divorato libri come non mai, in questo tempo. Tutti libri che si sono manifestati, che sono venuti a portare un punto di vista specifico sul lavoro, (o almeno di questo mi sono convinto.)

E poi lavoravo e scrivevo e paragonavo e prendevo una cosa da uno e lo sperimentavo in sala e via cosi…

Da questo nasce questo libretto, secondo dopo un primo esperimento.

Nasce, anche il primo lo era, come materiale di lavoro interno, ma tu sai già tutto.

Te lo rinvio dopo la tua lettura attenta e le proposte di tagli e modifiche.

Adesso, pur se approssimativo in alcuni punti e ripetitivo in altri , può diventare anche strumento per qualcuno un po’ più fuori della nostra cerchia. E quindi Voi che in copia leggete questo carteggio e che siete stati invitati in un modo o nell’altro a fare una temporanea sosta con noi.

Prendetelo con tutta la sua approssimazione, spontaneità, inadeguatezza, come il tentativo consapevolmente goffo di chi prova a fare il saggista non avendo studiato.

Prendetelo come la chiave per dare una sbirciata alle speculazioni, alle domande, che compongono l’impalcatura di King.

Il visibile è tutta un’altra faccenda.

L’ultima volta che ci siamo visti, mi hai fatto una domanda difficile. “Che cosa stai perdendo?”

So che la specificavamo dentro un discorso che limitava gli argini della risposta.

Ma ha iniziato a risuonare in una chiave più assoluta.

Che cosa sto perdendo? Che cosa stiamo perdendo? Nella tua lettera parli di tracce.

Non voglio togliermi dalla responsabilità di rispondere al nostro specifico caso, lo faremo guardandoci negli occhi, come ci conviene di più.

Ma mi chiedo: ma se ci togliamo dal possesso la domanda continua ad esistere?

È che noi non siamo fuori da li anche se sarebbe bello, a volte, no?

Ma perché non siamo fuori da li? Umani troppo umani direbbe qualcuno.

Ma la tensione non è proprio li? essere più che possedere? Non è quello il viaggio che vogliamo fare? Non è l’arte quell’altrove possibile? La comunità il luogo in cui sperimentare?

Il corpo dove lasciar andare più che trattenere?

Già. La stella polare, una distanza siderale.

L’esperienza ci parla di tutto e il contrario di tutto. Il paradosso. E noi siamo proprio in quel punto tensivo, nel punto più aspro, colonna vertebrale che ogni secondo lavora per tentare di stare in equilibrio dentro le sue curve, proiettata verso il cielo.

Ma il desiderio? Quello, fa la differenza?

Voglio comunque continuare a pensarci. Posso?

“Le tracce rivelano la fragilità, la fragilità apre forme di accoglienza imprevedibili.” (cito e rielaboro.)

Adesso ne sento molta di fragilità. Spero svolga il suo ruolo.

A presto

L.

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