Epistolario #3 // Mercuzio al microscopio

23 Giu

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LETTERA DI FRANCESCO MICHELE LATERZA

MERCUZIO AL MICROSCOPIO o la prima lettera.

Mettersi a scrivere. Qualcosa. Cercare un cuore o perlomeno una questione da cui partire. Un punto di vista.
È difficile.
Come se la scrittura chiamasse ad una responsabilità micidiale, inavvicinabile per certi versi.
Cosa dico? Cosa voglio dire? Con quale forma? Devo organizzare le idee. Qualcuno leggerà, ci proverà. Rileggo, può andare. Ad ogni parola faccio una pausa, penso. Aspetto illuminazioni. Qualcosa mi dice che se non metto a fuoco il nocciolo di ciò che voglio dire, l’impresa sarà sempre più difficile fino a diventare impossibile. Vorrei che le dita fluissero sulla tastiera come l’acqua di un fiume, veloci come il pensiero che le comanda.
Ma se il pensiero non sa dove volgersi, come si fa?

È esattamente la stessa condizione in cui vagavo all’inizio di King.
È esattamente la stessa condizione in cui ci si trova quando si comincia a cercare qualcosa che ancora non si conosce esattamente, ma da cui in un modo o nell’altro ci si sente chiamati.
La prima lettera. Il primo gesto. La alef di un discorso a venire.

Molto lavoro, tante parole, momenti di smarrimento, istanti di gioia, giorni di rabbia.
Domande, piccole conquiste, dubbi esistenziali, crisi di identità, ma per fortuna anche molte ore luminose, felici, preziose.
Tra circa dieci giorni King “si aprirà al pubblico”. Esisterà, finalmente.
La domanda oggi è: cosa vorremmo che fosse King? Cosa vorremmo che fosse in grado di comunicare? Come vorremmo che si presenti questo universo chiamato King davanti agli sguardi che incontrerà?

Ripenso al momento in cui sono entrato in questo lavoro. Dicembre 2011. A tutto ciò che ho sentito subito vicino dentro di me. All’ impatto con i principi di lavoro e di pensiero dai quali esso muove. A tutte quelle cose per le quali c’è stato bisogno di più tempo. Alla sorpresa di scoprire certi luoghi sia concreti che astratti meno impervi di quanto credessi. Ripenso alla contraddizioni che la realtà ha sempre il potere di presentare di fronte alle idee.
La necessità di formulare un pensiero, di stabilire un orientamento, definire una direzione.

Vorrei che King parlasse di un certo pensiero. Di un modo di pensare intendo.

Ho quasi 30 anni e ogni giorno che passa mi sembra di comprendere sempre più che le cose sono esattamente il contrario di come mi apparivano..

La parola King mi ha fatto subito pensare alla parola Regno. Un re non è re senza il suo Reame. Un luogo. Uno spazio prezioso. Colmo di ricchezze. Un giardino.
Una dimensione incantata, invisibile eppure pulsante.

Entro nello spazio, ascolto. Cerco di svuotare la testa, respiro. Mi concentro sul peso di tutto il corpo che si deposita sulle piante dei piedi. Ad ogni espirazione sento il cuore che si abbassa, guadagna importanti millimetri. Rilasso le spalle, respiro. Ascolto i suoni, non importa comprenderli. L’aria si fa più densa. Basta sollevare un dito e sprofondo in qualcosa che ha la stessa densità di una musica. La porta è nell’eco delle cose. Ecco che compare una nuova dimensione.

Nulla di magico, siamo ancora noi, ancora qui.
La materia è la medesima, è proprio questo il miracolo. La percezione.
Il miracolo sei tu.
È un gioco. E per gioco si schiude un regno. Per gioco inventiamo un mondo.
Non è forse questa l’origine del linguaggio?

Ossessione di controllare. Volontà di sapere adesso cosa scriverò da adesso in poi. Ho la sensazione di tergiversare, di non dire nulla. Cerco di costruirmi mentalmente una mappa di idee da mettere in forma, rileggo il quaderno degli appunti. Ho l’impressione che i miei pensieri siano troppo astratti, troppo filosofici e poco concreti. Vorrei poter raccontare, dipingere sulla pagina squarci di realtà.

Programmare: la prima cosa che faccio davanti al buio è cercare di rubare un meccanismo, cogliere una strategia per modellare il tempo. La razionalità però è una coperta troppo corta. Mi basta fare un solo passo in questa direzione e sono assalito dal freddo. E dalla vergogna.

La vita ha una forza pazzesca, sempre, e urla contro il buio. Si sentono giocare i bambini oltre il giardino, in un orizzonte di ortiche e nuvole.

È mattina. Ha piovuto per tutta la notte e ha smesso soltanto da poche ore. Il cielo è ancora nuvoloso, grigio; ogni tanto un raggio di sole lo fende per un istante. Camminiamo.
Costeggiamo una stazione di polizia e in pochi minuti siamo sul retro. Qui la strada non è più asfaltata e il terreno è ancora bagnato.
Dobbiamo stare attenti che nessuno ci veda Attraverso un buco in una vecchia rete entriamo in un complesso industriale abbandonato da anni. Nato come lanificio il complesso fu adibito a fabbrica d’armi durante la seconda guerra mondiale. Delle sue vite passate però non resta traccia. Siamo nel cortile intorno al quale si affacciano i tre edifici che compongono il complesso. Ognuno esplorerà lo spazio in solitudine, ci dividiamo e tra un paio d’ore ci ritroveremo lì.
Comincio da una specie di capannone.
È una grande sala piuttosto oscu, illuminata dalla luce che penetra attraverso squarci nel tetto. È attraversata da file di pilastri arrugginiti e ovunque spunta vegetazione che dal basso si erge verso l’alto. In alcuni punti i rami arrivano persino a toccare il soffitto.
Entrare è stato semplice.
Una porta è spalancata. Fuori ricomincia a piovigginare. Se ci si sofferma a guardare lo spettro di luce che proviene dai buchi nel tetto si possono distinguere le gocce d’acqua che cadono sul manto di erbacce che invade la sala. La razionalità delle forme e delle file di pilastri a distanza regolare l’uno dall’altro incontra la selvatichezza degli arbusti. Una strana armonia, una bellezza. In un attimo mi sembra di essere in un film di Tarkovskji. Sul fondo Daria e Sara escono da un secondo accesso, pochi istanti dopo va via anche Elena. Ora sono davvero solo.

Cammino, ammortizzo i passi per fare meno rumore. Il corpo è più attento. Stacco un braccio dal corpo, apro la mano. Accolgo una goccia d’acqua. Un rumore alle spalle. Mi giro di scatto.
Annoto questi gesti nella memoria, forse è l’inizio di qualcosa.

Entro nel secondo edificio. È il corpo principale del complesso. Si snoda su tre vasti piani. Ci entro da una finestra senza vetri. Incontro un ammasso di detriti sul quale si può camminare. Sono i resti di una parte del tetto che probabilmente è stato bombardato durante la guerra sventrando anche porzioni dei piani inferiori. Sul mio tragitto incontro Elena. Proseguiamo insieme. Sono più tranquillo con lei e meno guardingo. Attraverso una scaletta giungiamo all’ultimo piano.

Camminiamo ai margini della voragine e raggiungiamo un grande salone. Incontriamo i segni di un passaggio: scritte sui muri, un cumulo di oggetti bruciati al centro della stanza. Non so perché ma penso a una festa.

Roma. Autobus alle sette di sera. Gente ammassata l’una contro l’altra per tornare a casa. Le mani si toccano. I corpi si stringono, gli umori si mescolano. Eppure nessuno conosce nulla dell’altro.

Chi viene qui a festeggiare? Chi popola questo posto? Gente ai margini? Sbandati? Troppo banale rispondersi così. Non è questo che voglio sapere…
Resta l’ultimo edificio. Appare come una villetta. Le finestre hanno vetri e in generale sembra messa molto meglio rispetto ai due edifici precedenti. Di sicuro qualcuno la abita, non è difficile intuirlo. Vorrei entrare.
Io ed Elena ci siamo sparati da un pezzo. Incontro Leo e Valerio. Entriamo, la porta è aperta. Un breve corridoio oscuro, un bagno semidistrutto sulla destra. Siamo in una camera. Per terra un materasso, qualche coperta lercia e un ammasso di rifiuti. Qualche vecchia rivista di gossip accanto a una siringa. Un vecchio schermo di un computer, sul muro la scritta ASUASUA che si ripete più volte. Un’altra stanza vuota. Prima di uscire noto un’altra scritta: DO ANNAMO DOMINAMO.

C.L.Strauss: “Più una società è complessa, più è grande la quantità di entropia prodotta.”
L’entropia indica l’energia che viene dissipata quando uno stato si trasforma in un altro. Il residuo che giace sul confine, sul punto di fuga tra una forma e l’altra della storia.
Uno scarto. Fuori dalla storia, dalla cultura, fuori dalle mappe. Pezzi di realtà più reali della realtà. Punti in cui il meccanismo si è inceppato, buchi nella coperta…che se ci guardi dentro si intravede il VUOTO.

Letture, pensieri, collegamenti spericolati. I Veda, le carcasse di automobili del pittore Giuseppe Bartolini che sembrano anime colte nell’istante in cui salutano i corpi per tornare all’eterno, Giacometti che si rammarica e allo stesso tempo gioisce di non riuscire mai a finire un disegno così come l’aveva immaginato, Tarkovskji che ci urla che bisogna ascoltare le voci che ci sembrano inutili, il Feng Shui, l’autenticità mostruosa e meravigliosa del paesaggio umano immortalato da De Seta.
La voglia di giocare, di urlare, di ridere, di far ridere.
Una spiaggia imbiancata dagli sbruffi di una fabbrica. Finti Caraibi per la supertintarella e location dal sapore postmoderno per i rave nelle notti di metà agosto.
Il Consiglio aziendale ha dato una medaglia al valore in oro al papà di Elena per essersi ammalato di mesotelioma lavorando con l’amianto.
Come in cielo così in terra. Prajapathy è il sé dell’esistenza.
In Turchia ragazzi della mia età muoiono per combattere un potere che si sogna bigotto e capitalista.
Alla tv danno un programma in cui pseudo-vip in declino si sfidano in una gara di tuffi.
A casa di mia nonna alle sette di sera c’è un attimo in cui mi sembra di essere nel 1965.
Nulla di magico. Siamo ancora noi, ancora qui.

Nulla è cambiato. Il fiume si trova ovunque in ogni istante, alle sorgenti come alla foce.
Torno a casa.
Guido lungo la provinciale.
Un cane è fermo al centro della strada perfettamente piantato sulla linea che divide le due corsie. Guarda davanti a sé mentre le automobili sbigottite rallentano e gli passano accanto. Pare galleggiare in un tempo sospeso: come un veggente sembra cercare di comprendere di quale eternità parli questo atroce e meraviglioso presente.

Non bisogna sottovalutare i pensieri, perché essi muovono il mondo molto prima che si manifesti l’evidenza a cui anelano.

In Romeo e Giulietta c’è una scena in cui Mercuzio parla a Romeo. È un noto monolgo molto in voga tra aspiranti attori alle prime armi. Uno dei primi che io abbia mai recitato: lo preparai per il saggio di fine anno del corso di recitazione che frequentavo a 17 anni.
Siamo quasi all’inizio della tragedia: Romeo si è da poco innamorato di Giulietta e Mercuzio lo prende un po’ in giro col piglio affettuoso dell’amico fraterno. Lo canzona dicendogli che è stato pizzicato da Mab, la regina delle fate che, non più grande di un’agata al dito di un consigliere, galoppa tirata da un equipaggio di invisibili creature nelle menti degli uomini per tormentarli tutta la notte con pensieri ardenti. Può accendere desideri e può fare brutti scherzi.
La descrizione che Mercuzio fa di Mab è meticolosa, ricca di particolari. Siamo nell’ordine del piccolissimo: i raggi delle ruote della sua carrozza sono zampe di ragno, il cocchio un guscio di nocciola. È come se Mercuzio stesse guardando attraverso un microscopio e per questo avesse la capacità di ingrandire lo spazio, di smagliarlo e di guardarci dentro. Diventare egli stesso talmente piccolo da avvicinarsi all’inconsistente, o quasi, e poterne parlare.
Riuscire a vedere cosa viaggia nell’aria. Nei millimetri. Sulle strade invisibili che i desideri attraversano prima di investirci.

Gli indizi cominciano ad abbondare. Qual è il senso? Dov’è la forma?
Solita sensazione di acqua che bolle e che scalpita alla ricerca di una direzione per fluire. Non riesce ad affondare, va a destra ed è richiamata dalla sinistra, va in basso e dopo un istante è risucchiata dall’alto. Rimbalza davanti a forme già belle e fatte e tutte le imita con amore. Abilissima. Instancabile. Intelligente fino al paradosso.
Nei giorni di quiete si placa e realizza di essere ancora stagno.
Fuggire manierismi.
Infilarsi in un letto per diventare fiume.

Prendo delle canne dal cumulo che Simone ha accatastato in mezzo ad alcune dune. A pochi passi da lì c’è un piccolo slargo pianeggiante circondato da altre dune che potrebbero costituire un riparo. È lì che tirerò su una capannina. L’ingresso a ovest come suggerito dalle mie sommarie conoscenze di feng shui personalizzato. Due canne infilate nella sabbia con le punte convergenti al centro a fare da ingresso con una terza canna che dal punto di incrocio delle prime due va ad infilarsi verso il basso in una duna alle spalle dell’ingresso diventando la linea di divisione dei due ipotetici spioventi. Il progettino prevede un tetto fatto da altre canne disposte su entrambi i lati lungo questa terza canna e fissate nella sabbia; la parte anteriore della capanna più larga rispetto alla posteriore con il perimetro complessivo della superficie abitabile a forma di triangolo isoscele. Orientarsi a ovest vuol dire mettere l’ingresso di fronte al mare, leggermente spostato a destra: da questa angolazione si scorge all’orizzonte la casetta dei surfisti di fianco al primo canale di scarico della Solvay.
Comincio a costruire. Prima di tutto c’è da decidere dove piazzare le prime due canne, quale la distanza di esse dalla duna sul fondo e quale distanza tra loro. Mi fido degli occhi e del loro istinto. Le infilo nella sabbia. Mi rendo subito conto di avere bisogno di un altro supporto centrale e così piazzo un’altra canna a sostenere il centro in cui convergono le prime due. Passo alla canna che dovrebbe sostenere il tetto: la infilo nella duna posteriore e da lì la tendo verso l’alto fino a posarsi sull’ingresso. In pochi minuti è già comparso qualcosa che somiglia a una capanna, alla capanna che avevo in mente. Qualcosa di simile alla soddisfazione, all’autocompiacimento, mi sta sorgendo dentro. Non mi resta che andare avanti; dovrei fissare con dei cordini le canne tra di loro, ma oggi non abbiamo cordini con noi. Decido di andare avanti lo stesso, il gioco è diventato troppo divertente e la smania di vedere realizzata l’idea è troppo incalzante. Vado a procurarmi delle altre canne e comincio a spezzarle: secondo il progetto esse devono essere di lunghezza decrescente man mano che raggiungono il fondo. Ad una ad una le infilo nella sabbia e le accompagno fino ad appoggiarsi alla canna centrale che da forma al doppio spiovente. Rimane un problema a cui fino ad ora ho deciso di non pensare. Con cosa ricoprire il tetto? Sulle spiagge bianche non ci sono rami con foglie da poter sovrapporre alle canne. Forse basterebbe un lenzuolo. In fondo non volevo costruire una capanna da abitare per qualche tempo, volevo solo una struttura dove poter trovar un po’ d’ombra nelle ore più calde delle giornate a venire. Ma se bastasse un lenzuolo allora magari non sono necessarie tutte quelle canne ai lati a far da base per il tetto. Un lenzuolo potrei stenderlo lungo l’asse centrale della capanna e fissarlo in qualche maniera ai lati nella sabbia. Certo ora che ho già spezzato diverse canne e dato forma al mio progetto è davvero fastidioso pensare di dover prendere un altra direzione. Mi fermo. La guardo. Ci entro per capire com’è starci dentro. È incredibile ma non riesco a starci per intero. È troppo corta, restano fuori i piedi e se ci fosse già un tetto, il fondo sarebbe troppo basso per poterla abitare comodamente. Ho sbagliato le misure. Mi era successo anche a Serra dei Conti.
Organizzo intorno a me dimensioni troppo ristrette.
Ho sbagliato le misure. Ho sbagliato tutto. Devo rifare.

C’è vita quando qualcosa è sempre anche qualcos’altro. C’è morte quando qualcosa è soltanto se stessa, rigida tautologia.

Davide ama andare allo stadio. Non gli importa molto delle partite, credo. Lui ci va per cantare. In qualunque parte del mondo si trovi, lui si informa per capire quale sia lo stadio più vicino e le partite imminenti. Si intrufola nella curva della squadra di casa e lì passa novanta minuti a cantare con i tifosi. Molti cori li conosce già, altri li impara all’istante. Basta parlare una sola volta con lui per rendersi conto di quanto ami fare tutto ciò. Ieri è stato a Pisa. Quando gli chiedo com’è finita la partita lui tentenna diversi secondi prima di ricordarsi il risultato. I cori invece li ricorda tutti. Me li fa sentire. Poi mi mostra alcuni piccoli video che ha girato. Riprese rapide fatte con la macchina fotografica stretta in una mano mentre saltellava tra i tifosi. Riprese degli spalti, della gente, del campo da gioco. Ad un certo punto mi indica un punto dello schermo in cui si intravede una donna con un passeggino che vaga tranquillamente in un ampio spazio che divide la prima fila della tribuna dalla balaustra che si affaccia sul campo. Nello stesso spazio a pochi metri dei bambini che giocano. Un immaginario da parco pubblico piuttosto che da stadio. Lui si eccita nel mostrarmi queste immagini. È fuori di sé dalla gioia. Mi dice che lui ama questo stadio perché è fatto in modo tale che possano succedere queste cose. Quell’ampio spazio tra la gradinata e il campo fa sì che chiunque possa passare la domenica pomeriggio allo stadio senza per forza dover guardare la partita. Possono succedere più cose diverse contemporaneamente e lo stadio può essere un luogo di interazione sociale prima che arena del calcio.La maggior parte degli stadi, specie i più moderni sono spazi pensati per guardare semplicemente la partita. Mi spiega che nel calcio italiano è in corso un maldestro tentativo di imitare la famigerata civilizzazione del calcio inglese, sia dal punto di vista dell’organizzazione degli spazi sia dal punto di vista legislativo. Stadi con le tribune immediatamente a ridosso del campo, guardie disseminate ovunque e tessera del tifoso. Tutto pensato per un corretto funzionamento del business. Eliminato ogni imprevisto e ogni fuga di attenzione. Rassicurante omologazione per eliminare ogni spiraglio di selvatichezza. Tentativi di imporre modelli ideali senza vedere le reali possibilità di uno luogo.

Vorrei che King parlasse di un pensiero. Di un certo modo di pensare intendo.
Nell’ultimo film di Tarkovskji “Il Sacrificio” il protagonista racconta ad una donna la storia di un giardino. Il giardino della casa di sua madre. Un giardino disordinato, lasciato a se stesso eppure bello in un certo modo. Quando la madre stava per morire lui decise di metterlo a posto, di ordinarlo e ripulirlo così che la madre avesse potuto guardarlo per un ultima volta in tutto il suo splendore. Una volta terminato il lavoro, prese una sedia e la posizionò davanti alla finestra alla quale sua madre era solita affacciarsi per contemplare il suo giardino. Voleva godersi la scena che aveva preparato con tanta cura, vedere ciò che si sarebbe presentato agli occhi della madre. Arrivato a questo punto la voce dell’attore si incrina, sembra essere sul punto di rompersi in un pianto disperato. Lo sguardo è altrove, il ricordo sembra farsi più vivido. Il giardino era esattamente come lo aveva immaginato ma non era bello come era prima. Qualcosa era andato irrimediabilmente perduto, nonostante le sue buone intenzioni. Si porta le mani sul viso, guarda in basso e si domanda: “Dov’era finita tutta quella bellezza?”

Creare. Creare un’opera, un discorso, una casa, un destino, un ammasso di parole, un esistenza, un identità.
“Cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla…”
Sempre due strade.
Cavalcare la volontà, il talento. Imporre. Non accettare equivoci.
Oppure dialogare. Ascoltare come fuori risponde. O come domanda.
Sbagliarsi. Perdonarsi.
Oppure essere intransigenti. Matematici.
Oppure amare, accettare. Sprofondare.
Fidarsi dell’opinione o santificare l’esperienza.
Toglier peso al piombo della paura e dei pensieri incagliati, lasciarsi perdere.
Oppure tenersi stretti.
Correre dietro o correre davanti.
Aspettarsi.

È tardi. Domani sveglia alle sette e operativi alle sette e mezza. Sono già tutti a letto. Soltanto Elena è ancora qui che combatte in cerca della forma da dare al retro delle cartoline di King. Dice “adesso basta”, si alza in piedi e posa il suo bozzetto sul tavolo. Poi con la penna ancora in mano fa un ultimo ritocco. Lo riprende, lo guarda a distanza. Lo riposa, lo guarda ancora. Si risiede. Cambia ancora qualcosa. Ripassa ancora una volta con la penna le lettere delle scritte. Medita per qualche secondo. “Basta, vado davvero”. Avvicina la sedia al tavolo e mi da la buonanotte.
Chissà se avrà trovato la forma giusta…

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