A occhi aperti • Daria Deflorian

27 Giu

-erdem-gunduz

Rispondo con un sussulto, più che con un amore di lunga data. Il sussulto che ho provato e provo in questi giorni di fronte al gesto del giovane coreografo turco Erdem Günduz, che ha iniziato una protesta pacifica stando otto ore immobile in piazza Taksim. Guardo lui, guardo le persone che hanno seguito il suo gesto. Mi tiene compagnia mentre penso al nostro lavoro, al nostro operare. Non so se Erdem conosce gli scritti della filosofa Judith Butler, ma dedico a lui e a tutti noi, sempre sanamente in bilico tra gesto inutile e ruolo pubblico alcune sue righe dallo splendido saggio A chi spetta una buona vita (Nottetempo, 2013). “Se devo vivere una vita buona sarà una vita vissuta insieme agli altri, una vita che non può essere chiamata vita senza gli altri. Non perderò questo io che io sono; chiunque io sia, verrò trasformato dalle connessioni con gli altri, perché la mia dipendenza dagli altri e la mia ‘dipendibilità’ sono necessarie a vivere, e a vivere bene. La nostra comune esposizione alla precarietà non è altro che il terreno condiviso della possibile uguaglianza e dell’obbligo reciproco a produrre insieme le condizioni di una vita vivibile”.

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