Chiara Lagani “Chiedo asilo nel Pianeta giallo”

1 Lug

Pianeta giallo è un ciclo di sei moduli laboratoriali di Fanny & Alexander rivolti ai bambini dai 5 ai 10 anni:
Titoli: “Libertà”, “Scelta”, “Combattimento”, “Animale”, “Giudizio”, “Primato”. Progetto Discorso giallo 2012/13.

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Chissà se un genitore qualunque, la mattina, portando il suo bambino all’asilo ha pensato mai al senso antico di questa parola: ASILO. Alfa nega, sylao in greco antico sta invece per «rubo, prendo con la violenza». L’asilo delle origini è il luogo (sacro) in cui trova rifugio chi è «minacciato dal rigore delle leggi o oppresso dalla violenza dei tiranni». Nessuno qui potrà rubarselo, portarlo via con la forza. Se stesse attaccato all’etimo quel genitore starebbe davvero tranquillo: quel luogo è il solo infatti, fidato e salvo, che può custodire un inerme dalla furia umana, dal pericolo della feroce civiltà («il rigore delle leggi, la violenza dei tiranni»). Ma è proprio qui per paradosso, a riparo dalla civiltà, che, subito dopo la famiglia l’uomo inizia per la prima volta a far esperienza della civiltà, attraverso quell’atto misterioso e forte che viene chiamato educazione.

C’è un libro terribile di Tommaso Landolfi in cui due amanti fratelli, fuggiti dal mondo su un’isola remota, forti e certi della loro utopia, dan vita infine a un figlio, specchio perfetto della loro unità. Quel figlio, pezzo di loro, del Mondo e della Storia, rivela a poco a poco in sé l’ombra mai sopita del luogo civile, rimosso, strappato, tenuto a bada, lontano. I due genitori si chiedono allora se sia giusto tenerlo con loro, nell’isola, segregato, privo per sempre del contatto con l’odiata società. La perfezione di quel loro mondo è maligna, allude sempre e furiosamente all’imperfezione dell’altro mondo, la realtà, da cui pure proviene, da cui tutto, compreso il loro amore e la sua immagine – quel figlio – è nato. Il figlio è allora spinto a tornare alla vita civile, in società. I due, nell’isola, non riescono a vivere la perfezione del loro perduto paradiso. Un giorno il figlio torna, a rivederli. Temuto, come l’interrogazione più disperata e impossibile, quel ritorno risulta terribile, in quanto mite. Il figlio è dolce, gentile con loro, non parla del mondo, non chiede nulla. Soltanto e semplicemente è lì. Terribile domanda morde come belva i genitori dopo la seconda partenza del figlio, ed è domanda irrisolvibile e arcana: «Che dirgli?».

La storia di Roberto in Chiedo asilo (1979) di Ferreri è in qualcosa simile ma per il resto molto diversa. Roberto è un uomo in cui sono presenti al tempo stesso il bambino e l’adulto. La sua parabola di maestro in una scuola materna alla periferia di Bologna pone una strana complessa interrogazione sull’innocenza, la poesia, la corruzione, la società e il futuro. Roberto è stato un rivoluzionario e oggi è un maestro non certo canonico. Al poliziotto che lo interroga a un certo punto del film: «Dai documenti in nostro possesso risulta che lei in gioventù è stato un elemento potenzialmente sovversivo», Roberto risponde: «Io… Ero un pochino più allegro, più vispo, ora insegno ai bambini non mi occupo più di politica… Che m’interessa?». Poliziotto: «Ah, che le interessa… E cosa insegna ai bambini? La rivoluzione a tre anni? Cosa gli insegna? Eh?». Roberto: «Mah, ci divertiamo…». Adulto-bambino, sembra non pretendere di insegnare a nessuno, soltanto vive coi suoi alunni a suo rischio e pericolo l’esperienza avventurosa della vita: il gioco, il silenzio, l’amore. S’innamora della madre di una sua piccola allieva, Isabella, che di lui resta incinta, e anche lei abbandonerà la città per un’isola, come gli amanti di Landolfi, e quell’isola è la Sardegna, dove lei abiterà, significativamente, un cinema abbandonato. Quel luogo ribattezzato casa diventerà presto la sede di una strana provvisoria e surreale famiglia allargata, o comune colonica, embrione utopico di una nuova società, lì trapiantata. Roberto arriverà nell’isola con la banda dei suoi bambini, in stravagante vacanza, raggiungendo Isabella pochi giorni prima del parto. Questo film di Ferreri, impalpabile e pure terribile, è per Fanny & Alexander un materiale prezioso nel percorso creativo degli ultimi mesi, percorso che ha per oggetto l’infanzia, l’educazione appunto, quel rapporto spesso discrasico e irrisolto tra la parte bambina e la parte adulta di ognuno. È così che una serie di gesti consumati nel film da Roberto, atti pedagogici per così dire, o forse solo forti, esemplari attitudini, si sono immaginalmente mescolate, nel lavoro e nelle tracce della mia memoria, alle esperienze dirette che stiamo facendo nelle scuole elementari, a stretto contatto coi bambini, dove stiamo conducendo una serie di laboratori dal titolo Pianeta giallo, con lo scopo di raccogliere suoni, voci, brandelli di testo proprio da loro, piccoli coautori dei nostri due futuri spettacoli: Giallo e Discorso giallo. E forse è solo così che adesso posso parlare di questo film, in maniera spuria, come in qualche modo l’invito di “Rifrazioni” mi suggerisce, procedendo per le scene salienti di quella storia e della mia attuale storia, in parallelo. Quel film, oltretutto, ha una forma speciale, da strano documentario finzionale, mescolando le improvvisazioni di uno straordinario giovanissimo Benigni alle reazioni imprevedibili dei bambini, furiose, concrete, apparentemente refrattarie a elaborazioni, traduzioni, perché improvvise e violente nel loro esplicito mistero. È una sensazione familiare questa per me, nel riascoltare le voci dei bambini dei laboratori di Pianeta giallo: in quell’audio spesso “sporco”, come “sporco” a volte pare quello del film, fatto di suoni brutali e spesso sovrapposti, le battute sono quasi irriducibili a qualsivoglia forma o sostanza. Cercherò adesso di trascrivere pochi frammenti, così come posso, frammisti: le voci dei bambini che ho incontrato e quelle del film. Sembra non esservi metodo possibile per riscrivere, per montare, per ridurre quelle voci al proprio contesto: esse risplendono, come per eccesso di trasparenza, e hanno una loro luce piena, coerente, senza apparente bisogno di noi, del nostro intervento. E allora? Come misurarle? Come misurarci in esse? In queste ultime settimane di lavoro coi bambini ho provato per loro stupore, amore e a volte paura. E ho pensato che il film di Ferreri, in rapporto delicato con l’infanzia, tocca tutte e tre queste emozioni. «Bambini, sono il vostro maestro, anche di notte», esclama Benigni vagando al buio nelle aule deserte, nei corridoi, pieni delle loro ombre e voci severe. Spesso troppo saggi, i bambini, maestri loro a noi, con quell’ombra adulta insostenibile e quasi tragica che aleggia sui loro modi, critici delle nostre azioni, sembrano molto autosufficienti in questo film, proprio come i bambini che ho incontrato. La loro furia rivoluzionaria (anche talora molto conservatrice) spinge talvolta al silenzio, o semplicemente a lasciarsi condurre da loro nell’impenetrabilità del gioco e della finzione, che conoscono a menadito, ne sono i veri maestri. La questione teatrale, interpretativa, è per loro un sapere primario, non hanno alcuna difficoltà a diventare perfetti attori o spettatori, giacché sanno subito accettare il contratto di ogni vera alta finzione e immediatamente dimenticarsene. Forse per tentare un racconto su tutto ciò si può solo fare come Roberto fa nel film: andare verso quelle piccole creature, entrare nel loro spazio, là dove sono i loro gesti e le loro abitudini. È un sentiero impervio, fatale quello che conduce là, perché quello è un luogo in certo senso fantasma: un giorno ci siamo stati ma adesso sembra irraggiungibile, fuori formato per noi. Eppure non possiamo che metterci, ugualmente, in viaggio. Nessun trattato, nessuna mappa ci dirà come arrivare. Nella prima scena del film Roberto legge i titoli di alcuni libri, che poi lascia ricadere sul tavolo: Tecnologia dell’insegnamento, Dal bambino all’adolescente e infine Esperimento sulla percezione visiva. Non c’è niente, sembra dire quella scena, che venga in nostro soccorso per sciogliere le immagini (e i suoni) spogli e vivi che stanno per attraversarci, nessuna disciplina, nessun sapere, nessun modello, solo l’esperienza dei piccoli nudi accadimenti, che tutti assieme formano una sola superficie, aguzza e specchiante in cui a tratti, forse, ci ritroveremo.

1.
CHIEDO ASILO # MAESTRO/A

È il primo giorno di scuola. Roberto entra in classe, ci sono tre bambine che disegnano gli alberi d’autunno. Roberto: «Buongiorno!». Bambine: «Buongiorno!». Roberto: «Io sono la nuova maestra». Bambine: «Maestro!». Roberto: «Maestro… e perché?». Bambine: «Perché sei un uomo!». Roberto: «Sono un uomo, eh? Speriamo». Bambine: «Sì».
PIANETA GIALLO # SCELTA
Bambina: «Lo sai che lui ha una maestra uomo?». Bambini: «Nooooo! Maeeeestroooo! Si dice maaaeeestroooooooo!».

2.
CHIEDO ASILO # LA CASA GIOCATTOLO

È il primo giorno di scuola. È nella piccola casa giocattolo, nel corridoio dell’asilo, che Roberto incontra per la prima volta Gianluigi, il bambino che non parla, che non mangia. In quella casa-giocattolo Roberto non può entrare. Roberto: «Buongiorno. Come va? Eh? Anch’io c’ho una casa come questa, con un gatto… Anzi, è come questa qua, con il tetto rosso e poi c’è un camino che fa il fumo bianco. Ci vuoi venire una volta a casa mia? Ci andiamo? Allora, perché non rispondi? Non sai parlare? Accidenti, eppure sei grande! O non vuoi parlare? Dimmi la verità! Ah, non vuoi! Mah, insomma… Mica hai sbagliato del tutto…».
PIANETA GIALLO # SCELTA
In Scelta i bambini si trovano sempre di fronte a un bivio, sotto un pungolo incessante che ritma il laboratorio: sono loro a stabilire in autonomia cosa fare, chi incontrare, dove andare, spesso decidendo tra due o più possibilità che gli vengono date. A un certo punto iniziano parlare dei loro sogni. Mattia dice che deve decidere quale sogno raccontare, quello brutto o quello bello. Ma poi non lo fa. Io chiedo: «Mattia? Allora? Vuoi raccontare il tuo sogno? Allora? Non dici più niente? Non te lo ricordi più? Non sai quale dire? Perché non dici più niente?». Bambina: «Ha cinque anni, per questo non parla». Bambino: «Non è vero, non parla perché il suo sogno è un segreto…».

3.
CHIEDO ASILO # LA TELEVISIONE

Un giorno Roberto, col suo amico Luca, un attore che spesso va a scuola con lui perché attratto dai bambini, porta con sé la televisione. Siamo all’inizio degli anni Ottanta. Roberto: «Attenzione, questo è uno strumento tecnico, cari ragazzi, e ci sono diverse cose da valutare: l’immagine, quella che si vede, e il suono». I bambini si accalcano, premono per entrare, portando con sé le sedie, vengono anche dalle altre classi di tutta la scuola per vedere la televisione. Non ci sta più nessuno dentro. Roberto: «Esaurito! Esaurito! Basta, fermi! Tornare in classe! Se… se volete entrare… (silenzio!)… a vostro rischio e pericolo. Io lo dico perché… la televisione disintegra il corpo e rallegra lo spirito… o all’incontrario».
PIANETA GIALLO # ANIMALE
E la prima scena che i bambini vedono in tv nella classe di Roberto è quella di un documentario in cui una scienziata tenta di comunicare con uno scimpanzé, d’insegnargli a parlare. Anche in Animale i bambini si trovano a comunicare con un grosso scimmione nero. Gli insegnano a parlare e a scrivere, il concetto di tempo, il concetto di amore. A chi ha paura di lui e piange i più coraggiosi dicono: «Non avere paura, vieni qui! Adesso è allegro e parla! Adesso è buono perché noi lo abbiamo educato!».

4.
CHIEDO ASILO # ASINO

Anche Roberto un giorno, con Luca, porta all’asilo un animale: un asino. Roberto: «Calma… vedi che già lo impaurite. Silenzio! Bambini, questa mattina abbiamo un asino! Noi ve lo lasciamo qua che è… un compagno… dell’asilo, va bene?». Bambini: «Sì!!». Roberto: «Voi potete cantargli una canzone, fargli la barba, quello che vi pare, va bene?». Roberto li lascia soli. Roberto a Luca: «Vediamo un po’ le reazioni… Vedi, qui c’è lo studio fra… animali… Si conoscono uno con l’altro… Ora s’odorano, ora ne parte uno… Tanto, pericoloso non è. Bisogna che non si mettano dietro. Ha più paura il ciuco, vedi? Fermo con le gambe! Ecco è partito il primo… ecco il secondo… il terzo… arriva il quarto. Non è pericoloso, vedi? Si vogliono bene. Son partiti tutti: ecco la baraonda! Domani proviamo a portare un altro… no basta questo, eh. Su tutti i libri gli psicologi dicono che il rapporto con l’animale… dice proprio rapporto, eh… soprattutto con i ciuchi, eh, e dicono che il rapporto con gli animali fa bene perché stimola la vispezza e la vita dei bambini».
PIANETA GIALLO # ANIMALE
I bambini temono l’animale e lo desiderano al contempo. Bambini: «L’ho toccato! È la prima volta che non me ne sono andato! Io l’ho toccato più prima! Adesso dobbiamo insegnargli il tempo. Partiamo da un milione avanti Cristo… Cosa c’è qui? Ah, guarda! Ho trovato una clessidra! L’ho trovata io! Non è vero. Che cos’è? Vedi: piano piano la sabbia scende dall’altra parte. E quando la sabbia scorre, passa il tempo. Un secondo, due secondi, dillo! Dai, dillo! È quasi finito il tempo, vedi? Tre secondi. È finito il tempo. Finito!». L’animale piange. Bambini: «No, non è finito! Cioè… poi ricomincia! Sei tu che hai finito di contare e dunque hai vinto! Sei diventato moderno!». È alla fine del tempo dell’animale, dopo l’avvento della televisione, che rivedremo l’asinello di Chiedo asilo, abbandonato, in corridoio, in un angolo. Roberto all’asino: «Eh, ha vinto la televisione, caro asino, vai a casa…».

5.
CHIEDO ASILO # LA FABBRICA

Un giorno Roberto porta i bambini alla fabbrica dove lavorano molti dei genitori. I bambini arrivano, tutti in fila. Roberto: «Allora, se vi chiedono cosa fate cosa gli dite? Dovete essere bugiardi! Che avete preso l’autobus, il 28, va bene? Andate! Partenza! Sparpagliatevi! Andate e conquistate il mondo! Addio! State attenti! Andate e moltiplicatevi, sparpagliarsi!». E quando è chiamato a dare spiegazioni alla direzione della fabbrica e ai poliziotti (dal cui furgoncino si vedono di lì a poco uscire i bambini, riportati all’asilo, mentre inneggiano il coro-slogan-refrain del film: ora e sempre resistenza!) che gli chiedono chi ha portato i bambini là: «Ma che ne so! I bambini vanno e vengono». Poliziotto: «Ma non lo sa che qui è pericoloso? Ci sono fughe di gas, esplosioni…». Roberto: «Ma perché, per gli uomini non è pericoloso?». Poliziotto: «Ma loro devono lavorare!». Roberto: «Allora facciamo lavorare pure i bambini, così non è più pericoloso!». Poi, mentre il poliziotto continua a interrogarlo, appoggia il naso al vetro oltre il quale i bambini hanno trovato i genitori: «Bambini! Vi amoooooooooooooooooo!».
PIANETA GIALLO # GIUDIZIO
La macchina umana è implacabile e giudica. Il direttore della fabbrica chiama “mostri” i bambini, perché non sono compatibili con il suo ambiente, sono irriducibili. In Giudizio i bambini incontrano la Storia, una vecchia che conosce tutto di loro. Loro però la odiano. Bambini: «Vattene Storia! Sei bugiarda perché ci racconti le storie e poi ci dai la colpa a noi!». Storia: «Non è vero, bambini! Io vi amoooooooooooooooo!». Bambini: «Vattene! Vattene!».

6.
CHIEDO ASILO # COMUNITÁ: ASILO COMUNALE!

Un giorno Roberto organizza un picnic sul prato per genitori, bambini e maestre dell’asilo. Alla fine del pranzo, lancia la sua proposta, quella della sua utopica comunità, che in certo senso realizzerà imperfettamente più tardi, nell’isola: «Sapete cosa vi propongo? Si rimane qua! Visto che è andata bene… Abbiamo mangiato, bevuto, i bagni ci sono, i letti ci sono… da mangiare, donne, bambini, vecchi, vivi… si rimane tutti qua. Ci si fa mandare la mensa dal comune, si fa tutti i giorni una storia in questa maniera, si mangia il dolce e non si spende niente: asilo comunale! E a chi viene a dire cosa succede qua… vieni anche te! Entra dentro e zitto! Caffè… si porta a letto insieme donne, bimbi, anziani… a letto tutti insieme e si sta lì… a giocare tutti insieme… a parlare dell’amore!».
PIANETA GIALLO (PRIMATO) # UN MONDO NUOVO
In Primato, a un certo punto i bambini si danno il cambio in una immaginaria piazza retorica e pronunciano i loro discorsi pubblici. Si candidano come inventori di una nuova comunità coi loro sogni, le loro idee per un mondo nuovo. È impressionante la serietà e al contempo il timore con cui salgono sul loro podio invisibile. E l’applauso con cui accolgono le parole degli altri, spesso accompagnandole con commenti festosi («Bello! È il migliore!»). Bambini: «Gente! Io ho delle cose importanti da dirvi! Voglio cambiare la scuola e la città e cambierei casa e vorrei fare arrivare il mare in bagno e costruire i prati nuovi… Vorrei dare anche alle persone tristi la possibilità di andare a vedere i concerti… Vorrei abolire l’industria perché… vorrei che non ci fosse fumo. Che le persone siano libere… Buongiorno cittadini! Vorrei cambiare il mondo trasformarlo tutto oro… perché mi piace il colore… Voglio costruire una gelateria. E un hotel. E una casa… Vorrei che nessuno fosse più picchiato… Voglio che la scuola abbia dei giochi. E stare là insieme sempre tutti. Piccoli e grandi. Mangiare e giocare insieme… Io sarò per voi vostra sorella. Una sostenitrice perfetta. Potete aiutarmi? Eh? Potete aiutarmi?».

7.
CHIEDO ASILO # IL VIRUS GIANLUIGI.

E alla fine la comunità impossibile si realizza, provvisoriamente, nell’isola. La scuola è finita e Roberto arriva da Isabella con una banda di bambini tra cui Michela, la bimba di Isabella. Roberto (a Isabella): «Tua figlia te la ricordi, no? Poi abbiamo Lara, Francesca, Alessandro, Lorena… poi c’è Paolino e… Gianluigi». Isabella: «È sempre triste?». Roberto: «No, è allegro ma ancora non mangia. Sai cosa ti dico, tanto appetito non ce l’ho neanch’io». Isabella: «E perché non mangi?». Roberto: «Mah, mi sa che m’ha attaccato il virus, è il virus Gianluigi». Isabella (ai bambini): «Benarrivati! Sei sette otto nove dieci undici dodici… Come faremo? Come faremo?». Roberto: «Eh, così, come capita». Isabella: «Ma sono tanti!». Roberto: «Va beh, dai, tanto qua c’è il mare».
PIANETA GIALLO # COMBATTIMENTO
Bambini: «Possiamo restare qui per sempre? Anche la notte?». Io rispondo: «Ma come facciamo? Siamo troppi!». Bambini: «Dai, per favore, tanto qui c’è l’aria per tutti!».

Fine.
CHIEDO ASILO # MARE
Roberto e Gianluigi in riva al mare. In lontananza il coro dei bambini: «Ora e sempre resistenza!». Gianluigi ha appena, finalmente, parlato. Roberto: «Ti piace il mare, eh? Ma sarà vero che è la nostra mamma, il mare? E se non fosse? Andiamo dentro? Vuoi andare dentro? E se non è la nostra mamma? Sarà vero? Proviamo». I due camminano verso le onde. Si sentono i vagiti di una nascita (il bambino di Isabella?). I due scompaiono.

Il finale di Chiedo asilo è un enigma. E come tutti gli enigmi può solo essere guardato e riguardato.
Restituisce l’idea di una presenza che è anche assenza e di un’assenza che è sempre presenza. C’è un libro molto bello di Ian McEwan, Bambini nel tempo, che pone al centro lo stesso nodo e lo fa attraverso la storia di una bambina scomparsa all’improvviso, in un supermercato, e del padre di lei, costretto a fare i conti da quel momento con la sua terribile presenza assente, e con l’altrettanto terribile assenza presente. Anche il finale di questo libro propone un enigma, apparentemente, e forse non a caso, lo stesso: anch’esso legato a una nascita, misteriosa e arcana che è allo stesso tempo futura e passata, vita e morte, processo e sprofondamento, nodo e scioglimento, condanna e liberazione. Fine. Inizio. Adulto. Bambino. Madre. Mare.

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Chiedo asilo nel Pianeta giallo in “Rifrazioni, dal cinema all’oltre”, anno 5, n.12, maggio 2013 – Dossier “La visione, la vita”
www.rifrazioni.net

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