Stefano Laffi “Desiderio e cambiamento”

1 Lug

1. Guardar fuori
Prendiamo alcune delle parole fra quelle più frequentemente usate in questi anni di
progetti e servizi per adolescenti, di programmi e politiche giovanili, di articoli sui giornali e saggi sul tema: disagio, mediazione, partecipazione, formazione di competenze… Hanno significati completamente diversi, implicano pratiche differenti, ma corrono un rischio comune: vedere la distanza dei giovani dalla realtà come problema, presupporre un adattamento, caricare il ragazzo o la ragazza dell’onere di cambiare e all’adulto di condurlo/la, perché il primato è della realtà. La realtà del mondo del lavoro che detta le competenze utili oggi – e domani? e perché non partire piuttosto dai miei interessi? – la realtà delle istituzioni che concedono alle nuove generazioni sotto la voce partecipazione forme simulate e rimpicciolite dei propri riti – ma c’è qualche consiglio comunale dei piccoli che ha potere decisionale? ci sono istituzioni realmente trasformate da questi processi? – la realtà di una cultura o di uno stile di vita corretto cui conformarsi – ma non ne è possibile un altro?

Progetti, servizi, programmi e saggi partivano da un primato della realtà, interpretavano il mestiere di educatore o psicologo come guida per l’adattamento, lasciavano ai ragazzi la responsabilità di cambiare, per star bene in mezzo a noi, ovvero “integrati”, “lifeskillati”, “partecipi”, “agiati”, ecc.

Due questioni. Il primato della realtà è un’ideologia, particolarmente violenta in chi è investito in una stagione biografica di cambiamento, perché nel profondo nega la singolarità, ovvero costruisce la stessa esperienza che sta alla base del totalitarismo,
secondo Hannah Arendt. È comune e banale: quando si insegna disegno solo facendo colorare forme dei personaggi di Walt Disney, quando si chiede l’opinione di una persona solo con domande a risposta chiusa, quando si fa un’interrogazione o un esame ad un allievo solo con domande “illegittime” (ovvero quelle in cui chi fa la domanda sa già la risposta e chi risponde sa do doverlo fare in un solo modo possibile) ecc. allora si pratica quell’ideologia, si è complici, anche se con diversi livelli di gravità.

Seconda questione. Qualcosa è cambiato, ora abbiamo un problema: se c’è la crisi, se le
istituzioni fanno sempre più fatica a guadagnare la nostra fiducia, se già sappiamo che il futuro non può e non deve essere come il presente, se tutto deve cambiare, ecc.
rispetto a cosa agiamo mediazione, partecipazione, costruzione di competenze, promozione dell’agio? Che senso ha promuovere il reale quando questo crolla, per quale scommessa chiedere il sacrificio di sé quando chiediamo di seguirci rinunciando a disagio, al malessere, alla noia?

Se un ragazzo sta male forse ha ragione, ed è la realtà a meritare le nostre cure,
abbiamo bisogno più di politiche che di terapie. Forse il baricentro oggi dell’agire si deve spostare fuori. Il nostro mestiere è accanirsi meno sui ragazzi e più sui contesti, avvicinare quelli ai ragazzi e non viceversa, interpretare meno il loro disagio e mettere di più in discussione la realtà. Il loro non adattamento, la loro irriducibilità sono il segno della loro salute, e la nostra miglior risorsa.

2. Notare le differenze
Quando Walter G. Runciman scrive negli anni ’60 “Diseguaglianza e coscienza sociale” illustra dati alla mano una chiave interpretativa del cambiamento che gli storici delle rivoluzioni conoscono bene. Le rivoluzioni non nascono dalla fame – se mai le rivolte – né dal punto più basso in termini di condizioni materiali che una società possa toccare perché la disperazione non è generativa. Il senso di disuguaglianza si percepisce sempre in termini relativi, nota Runciman; inoltre, dipendentemente da ciò con cui ti confronti vivi o meno un senso di ingiustizia. Così, quando vedi qualcuno che sta meglio di te, e potresti esser tu – cioè lo vivi come termine di confronto – pretendi il cambiamento, lo agisci. Mentre non vale, anche a parità delle tue condizioni materiali, se attorno a te tutto è fermo, tutto è uguale – nel malessere o nel benessere, è indifferente – e mancano termini di confronto per sentir legittimo un cambiamento. Perciò, storicamente, non nei momenti di massima crisi ma in quelli di dinamica sociale, di mobilità e disuguaglianza, si agitano i processi più forti di trasformazione degli equilibri, le rivoluzioni.

Se assumiamo questa ipotesi teorica, ne derivano alcune conseguenze pratiche. Se è la realtà che ci interessa e vogliamo cambiarla, dobbiamo averne presente un’altra, dobbiamo notare le differenze, dobbiamo capire che cosa è legittimo attendersi di meglio, perché questo è un mondo di diseguali, i ragazzi lo sanno benissimo. E se accettiamo che questo avvenga soprattutto grazie ai giovani, la coscienza sociale è la nostra missione pedagogica, dobbiamo notar con loro le differenze e con loro capire qual è, fuori da questo orizzonte, il termine di confronto cui tendere. Ricostruiamo con loro un repertorio puntuale di tutto ciò che è ingiusto e chiediamo loro una mano per cambiarlo.

3. Seminare l’inseguitore
Nel febbraio del ’68 lo psicanalista Elvio Facchinelli scrive sui Quaderni Rossi un memorabile articolo, “Il desiderio dissidente”, sui movimenti giovanili in lotta in quegli anni. Da adulti, genitori, lavoratori non li sappiamo guardare: inutile constatare la debolezza dei loro programmi, inutile cercare di interpretare l’ultima loro manifestazione, inutile scandalizzarsi per proteste non fondate su condizioni di deprivazione rispetto a quelle dei padri. I giovani, entrati nella dialettica del desiderio, non si fanno più bastare la liberazione dal bisogno, non hanno più una meta che li appaga, non protestano più contro un padre, che già allora vacillava. I gruppi di desiderio, scrive Facchinelli, vogliono piuttosto rompere uno schema di dipendenza che ricorda se mai il rapporto con la madre, e sanno che non conta l’oggetto del desiderio ma lo stato di desiderio, perché il desiderio appagato è morto e uccide il gruppo. Non può esserci l’incarnazione definitiva del desiderio, e questo non può essere esaurito dalla figura del leader, che cambia natura al gruppo.

Facciamo tesoro di quella lezione: se vogliamo formare gruppi di desiderio capaci di agire il cambiamento coltiviamo questo stato di desiderio più che l’incarnazione nell’oggetto, costruiamo meccanismi di continuo rilancio, stiamo attenti alle dinamiche di leadership e rappresentanza che uccidono il desiderio.

4. Osservare il cielo
Dobbiamo a Carla Melazzini1 il più bel libro sull’educazione degli ultimi anni. Fra le tante perle di questo diario di lavoro della didattica svolta a Napoli coi ragazzi di strada dentro il progetto Chance, ci sono pagine preziose e controintuitive sul tema della memoria, cui ogni anno a scuola si rende omaggio nella Giornata dedicata, con ricerche, viaggi ad Auschwitz, visione di film e documentari, ecc. Carla Melazzini dichiara l’errore di questo rito civile, racconta la sua infanzia sui monti della Valtellina e di come le paresse incomprensibile e inaccettabile il racconto dello sterminio degli ebrei, cui lei non voleva credere di fronte all’incanto del cielo e della natura primaverili delle sue montagne.
Quell’angoscia è inaccettabile in chi deve scommettere sulla vita, e per di più gratuita perché davvero non ha nulla a che fare col presente di un adolescente, ma se mai coi sensi di colpa degli adulti: pretendere la partecipazione dei ragazzi al pianto della memoria storica non funziona, e non è nemmeno la miglior garanzia sui loro comportamenti futuri.

Non è con l’evocazione dell’orrore che si produce cambiamento, e nemmeno col suo contrario, altrettanto esercitato dagli adulti, il ricordo mitico dei propri anni e dei valori perduti, che fanno il “carillon” della memoria di chi spiega ma non motivano le nuove generazioni sulle loro scelte di vita. Non è il passaggio di consegne tragico o onirico da una generazione all’altra a ricaricare la molla, i sacrifici o i sogni non si consegnano, ogni generazione ha i propri, il tuo mestiere di adulto è raccontare la tua impresa e consentire nuovi parti, in qualche modo essere sorpreso e forse tradito, non lasciare in eredità una teca da spolverare. Occorre piuttosto costruire una narrazione dove siano possibile nuove imprese, oggi non domani: qual è l’avventura che stiamo regalando ai ragazzi? Che cosa c’è di bello da fare, qui ed ora?

5. Desiderare
Evitiamo il gioco dell’etimologia rimpiangendo un abuso della parola che avrebbe
smarrito il suo significato originario, pieghiamo il verbo a quel che qui interessa,al suo potenziale esplosivo di cambiamento, incuranti delle ricorrenze del dizionario. Poniamo 7 condizioni:
1. Il desiderio è il contrario dell’adattamento, implica una pulsione che
prescinde dalla regola di conformità
2. Il desiderio non è normativo, non si può imporre ed è per forza singolare
3. Il desiderio non è terapeutico, non è una pratica di benessere
4. Il desiderio non è eterodiretto, promuovere da adulti il desiderio dei giovani è sempre rischiare, certamente non sapere dove si va a parare
5. Il desiderio non coincide con la realtà, non si sovrappone all’esistente
6. Il desiderio implica distanza, rielaborazione, simbolizzazione, non è mai
immediato
7. Il desiderio non si materializza in un oggetto, se mai in un’azione: tu vuoi una macchina ma desideri viaggiare

Ecco, ora abbiamo un altro tassello. Fin qui: non mediamo il malessere o patologizziamo
i ragazzi, rompiamo il ricatto del presente, agiamo sui contesti di vita, facciamo di quelli la proiezione dell’azione. Prendiamo atto delle differenze, costruiamo coscienza sociale, diamoci orizzonti praticabili cui tendere. Non usiamo la nostra memoria come leva, ma le sfide del presente dei ragazzi, l’avventura possibile oggi. E per scriverla usiamo piuttosto i loro desideri, sapendo che per essere tali dovranno tradire il presente, farci perdere il controllo, non precipitare in nulla che già ci sia.

6. Una maieutica del desiderio
Perché porre delle condizioni per riconoscere i desideri? Non è una violazione di quel codice di irriducibilità, di distanza da qualunque norma appena dichiarato? Forse, ma è anche un modo per difendere i desideri dall’inquinamento ambientale operato dal mercato, ad uno stadio molto avanzato.

Fa quasi rabbia vedere la capacità del mercato di inghiottire tutto. Si è lottato per la liberazione da condizionamento materiali e dalla povertà di origine, e oggi lo si fa col gratta e vinci dal tabaccaio. Ci sono state lotte per minoranze che oggi sono persino target di mercato, con le loro riviste, i loro canali tv e i loro vestiti. Si è detto che l’uso dei corpi femminili nella pubblicità era intollerabile e quelli maschili hanno fatto la stessa fine. Ci si è battuti per la libertà di espressione e oggi tutti possono pubblicamente scrivere o dire (quasi) tutto quel che vogliono, almeno sul web. Paradise now era il grido rivoluzionario del Living Theatre di Julien Beck e Judith Malina, oggi c’è Life is now di Vodafone. E lo slogan di piazza dei giovani precari della CGIL “il nostro tempo è adesso” diventa pochi mesi dopo l’identico “Now is our time” nella bellissima pubblicità della Levi’s, che in un minuto costruisce un raffinatissimo manifesto generazionale, fra versi di Bukowski, scontri di piazza, onde del mare, feste di gruppo, viaggio.

Chi è cresciuto sotto questo incantesimo e l’ha patito, non è abituato a desiderare perché c’era qualcuno che desiderava per lui, le merci ti vengono addosso e sembrano incorporare anche le tue domande e mille risposte. Così non è abituato a cambiare perché ha esternalizzato questa funzione agli oggetti, che nel frattempo la rivoluzione la facevano davvero, mutando tecnologie, materiali, funzioni, ma lasciando noi a guardare, ad aspettare. E di recente ha pensato inutile il desiderio, perché nel proprio corso di vita tutto è immobile, nulla cambia e il suo destino è già segnato.


Forse un po’ meccanicamente, proviamo a reagire: come liberare il desiderio nelle
relazioni educative? Appunti sparsi, per ora.

1. Cambiare narrazione. È vero che questa è l’epoca delle passioni tristi, ma una volta riconosciute non dobbiamo coltivarle, crogiolandoci dentro. E riduciamo anche il tasso di spiegazioni sul mondo giovanile, le infinite definizioni ed etichette, l’affollamento dei professionisti del disagio, le didascalia moralista di ogni dato di cronaca, il rammarico per ciò che è perduto…: ogni ermeneutica, sociologica o psicologica che sia, alla lunga produce immobilismo e ineluttabilità. E ancora: l’ideologia della sicurezza e della prevenzione del rischio di questi anni finiscono per ingessare l’azione, negano l’esperienza e l’apprendimento, che sono parte essenziale dell’avventura del desiderio.

Ci deve essere nel racconto del mondo, nelle parole degli adulti, nei corsi universitari, nelle pagine dei giornali… qualcosa da fare, da conoscere, da conquistare, ma che parte ora e non richiede un master. Non tutto deve essere scritto, non tutto è dato, non tutto c’è già: si desidera ciò che non c’è, perché ciò che già c’è lo si vuole, è diverso. E non tutto richiede un corso di formazione, ma certamente impegno. A ognuno deve essere possibile un compito, ma ognuno ha diritto di avere un riscontro da quello che fa.

2. Creare vuoti e distanze. Bisogna bonificare gli immaginari, smaterializzare i sogni dall’ancoraggio alle merci, inserire la gratuità e l’ignoto. Ci vuole un’estetica del presente e del futuro, un’idea di bellezza nella quale riconoscersi. E bisogna allenarsi, il desiderio richiede viaggi fra ciò che c’è e ciò che si sogna: i viaggiatori devono essere pronti a partire, devono sapersi congedare e prendere solo l’essenziale, devono avere una meta, devono reggere un po’ di fatica e un po’ di sete, devono sapere chiedere aiuto, ma devono anche trovar riposo e conforto lungo il viaggio. I ragazzi oggi viaggiano molto, ma da fermi – musica, web, sostanze stupefacenti – ora bisogna allungare il passo.

3. Rompere la dittatura della realtà. La cronaca può essere agghiacciante, i numeri con cui si racconta il mondo possono gelare il sangue, la prima pagina del giornale è il ritratto della decadenza di un paese… La realtà non è il repertorio del possibile. Ma non c’è bisogno del fantasy per cambiare, non occorrono i poteri magici: tutte le volte che si rompe uno schema abituale – perdiamo le chiavi, siamo in giro senza soldi, finiamo nel posto sbagliato – scopriamo possibilità di relazione, di scambio, di azione inattese. Il desiderio ha a che fare con la rottura di questa “burocrazia della realtà”. Ma il desiderio può richiedere anche il rifiuto di scegliere, perché la scelta in una società consumista rischia spesso di essere fra opzioni previste, merci o modi di essere pensati da altri e a te rivenduti. Il desiderio richiede mobilitazione del pensiero, azione, non prendere dallo scaffale, schiacciare il pulsante. Ricordiamoci quanto di nuovo si scopre col semplice gioco del “fare senza”.

4. Saldarsi agli altri. Non ci si salva da soli. E si combina poco. Quando il desiderio si unisce agli altri spesso diventa progetto. Quando il desiderio si rivolge agli altri, può diventare la prefigurazione di una famiglia, di una comunità, di un lavoro, di un’azione di volontariato o artistica… Chiediamoci sempre, sistematicamente, chi c’è nel sogno: se siamo da soli, se ci sono solo oggetti, se non ne fa parte la natura e l’umanità, stiamo rimpicciolendo le possibilità, stiamo violando la scala nella quale si sogna meglio, che non è mai 1:1. Si deve vedere dell’altro attorno a noi, ci vuole qualcuno da abbracciare lungo il viaggio.

1 Insegnare al principe di Danimarca, Palermo, Sellerio 2011

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Desiderio e cambiamento – Un nuovo paradigma nel lavoro coi giovani
Intervento di Stefano Laffi al Convegno del CNCA di Spello tenuto in data 27-29.10.2011
dal titolo “Scossi dal desiderio di cambiamento”.

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