Epistolario #5 //

3 Lug

C’è una certa inclinazione di luce,
i pomeriggi d’inverno
che opprime, come il peso
di musiche di cattedrale.

Una ferita celeste, ci apporta;
non ne troviamo cicatrice,
ma una interna differenza,
dove stanno i significati.

Nessuno può insegnarla altrui
è il sigillo la disperazione
un’imperiale afflizione
inviataci dall’aria.

Quando viene, il paesaggio ascolta
le ombre trattengono il fiato;
quando va, è come la distanza
nell’aspetto della morte.

Questa poesia della Dickinson mi accompagna da tanti tanti anni. Durante il lavoro insieme la sentivo tornare dentro di me, sempre, per questo voglio condividerla con voi, mi aiuta ad iniziare questa lettera.
C’è qualcosa che sento di profonda verità, quella verità che non si può nominare, svelare, ma che la combinazione di certe parole riesce a far avvicinare per un attimo. Una formula magica.
La luce obliqua della palestra. La luce inclinata dell’alba. La luce piegata del tramonto sul campo incolto. La pendenza di un corpo che scende, che si immerge ad incontrare la terra. Millimetriche catastrofi.
Qualcosa accade laddove l’occhio ha il suo limite. Al margine dell’inquadratura. Dov’è fuori fuoco e senza puntamento. Qualcosa che guardo col bianco dell’occhio, con le tempie.
Qualcosa, molte cose, ho visto accadere dove nessuno guardava, neanche io. Nelle ombre.
Molto vicino alle ombre. Sotto la spinta delle ombre.
Le forme si allungano e i contorni si mutano e quella forma che si storce e si disarticola mi sposta qualcosa dentro. Non so dargli nome. Non so dare i nomi. Ma le mie ossa registrano un cambiamento.
Non voglio dare i nomi, disinnescatemi. Per un piccolo tempo dimentico la mia lingua e i suoi inganni.
Ecco, è il passaggio doloroso. Ecco, è la formula magica senza le parole.
Il mio cuore apre la bocca e aspetta.
La luce cambia me. Cambia gli spazi in me. Scardina i perimetri e slarga. Scricchiola tutto dentro.
Il vento raccoglie il nord e lo sovrappone al sud. Intrattiene gli alberi.
Una ferita celeste si apre. Nessun nome vale più. Morti tutti gli aggettivi. Cambiano i significati. La tettonica delle sensazioni.
Il mio cuore apre la bocca e aspetta, ma non sa nominare, non è capace di pronunciare alcunché.
Certi uccelli sono fiamme. C’è un segreto nei colori, un codice tutt’intorno che mi strappa alla mortalità.
Assisto a qualcosa di invisibile, evidente e grandioso.
Maestosa afflizione. Un silenzio imponente mi digerisce. Mi grazia all’ultimo istante con una foglia che scrocchia, con un uccello lontano che chiama l’allarme all’invisibile. Allarme!- grida. Qualcuno sta forzando le porte. Mi hanno scoperto, sto ascoltando la formula magica.
Posso varcare la soglia? Non voglio portare via niente, lo giuro. Non ho neanche più i nomi delle cose, sono innocua.
Quell’inclinazione paradossalmente raddrizza. Il giusto sbieco. Quell’inclinazione apre un varco piccolissimo. Un minuscolo squarcio dell’aria.
Vedo nel sasso la capacità di volo.
Vedo nell’albero il modo più saggio di esistere.
Vedo le radici che fanno l’amore con la terra.
Vedo nell’acqua la voglia di diventare vapore. Per poi desiderare di tornare Acqua.
Sento il trillo melodiosissimo dei fiori, la felicità caotica dei moscerini.
Che intimità. Non so portare questo segreto. Fa che io dimentichi la porta d’accesso. Che io debba caderci di nuovo passando fuori fuoco. Che io non sappia mai dare un nome ma sappia solo ascoltarne la musica. Che io non pronunci la parola –io, tracciando un confine.
Che dopo essere tornata io non possa mai raccontarne, se non come cicatrice dentro i miei occhi. Se non come un buco dentro il respiro. Se non come sangue più acceso. E da lì esca ancora l’inclinazione di quella luce e le virtù segrete dei colori.

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