Hito Steyerl “Arte come occupazione: rivendicazioni per una vita autonoma”

16 Lug

A cosa pensiamo quando diciamo occupazione? Quali sono le sfumature che questo termine assume oggi? Hito Steyerl, filmmaker e scrittrice, docente di New Media Art all’Università delle Arti di Berlino, esplora tutti i possibili significati della parola: dai nuovi modelli occupazionali alle connessioni tra lavoro artistico, sviluppo economico e insurrezioni politiche.

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ARTE COME OCCUPAZIONE:
RIVENDICAZIONI PER UNA VITA AUTONOMA

Voglio farvi tirar fuori i vostri cellulari. Fate partire i vostri video. Registrate qualsiasi cosa voi possiate vedere per una manciata di secondi. Niente tagli. Avete il permesso di muovervi, di fare una panoramica e zoomare. Di usare gli effetti solamente se sono incorporati. Fatelo per un mese, ogni giorno.
Ora fermatevi. E ascoltate.

Iniziamo con una semplice affermazione: ciò che siamo abituati a considerare lavoro è stato tramutato sempre più in occupazione.
Questo cambio di terminologia potrebbe sembrare banale. Ma in effetti quasi tutto cambia nel passaggio da lavoro a occupazione: la struttura economica, così come le sue implicazioni nello spazio e nel tempo.
Se pensiamo al lavoro come labor, ciò implica un inizio, una produzione, ed eventualmente, un risultato. Il lavoro è visto primariamente come un metodo per raggiungere un obiettivo: un prodotto, un premio o un salario. È una relazione strumentale. Esso produce inoltre un soggetto attraverso l’alienazione.
Un’occupazione, invece, non è connessa ad alcun risultato: non ha necessariamente una conclusione. Come tale, essa non conosce l’alienazione tradizionale, né un’idea corrispondente di soggettività. Un’occupazione non ha necessariamente neppure una remunerazione, dal momento che il processo è pensato per contenere una sua propria gratificazione. Essa non ha una struttura temporale all’infuori dello stesso scorrere del tempo. Non è centrata su un produttore/lavoratore, ma include i clienti, chi la riprodurrà a sua volta, persino coloro che la distruggeranno, i perditempo e i curiosi – in pratica, tutti coloro che cercano distrazione o coinvolgimento.

Occupazione
Lo slittamento dal lavoro all’occupazione si sta verificando in molte aree delle attività quotidiane contemporanee. Esso demarca una transizione di gran lunga più grande dello slittamento – già ampiamente descritto – dal fordismo all’economia post-fordista. Invece di essere considerata un mezzo di guadagno, l’occupazione è vista come un modo per usare tempo e risorse. Si è così accentuato chiaramente il passaggio da un’economia basata sulla produzione a un’economia alimentata dalla spreco, dal tempo “in progress” al tempo perso o addirittura “morto”, da uno spazio definito da chiare divisioni a un territorio intrappolato e complesso.
Forse la cosa più importante è che l’occupazione non è un mezzo attraverso cui raggiungere un obiettivo, com’è invece per il lavoro tradizionale: in molti casi l’occupazione non ha altro fine che l’occupazione stessa.
L’occupazione è connessa all’attività, al servizio, alla distrazione, alla terapia e a un obbligo. Ma anche alla conquista, all’invasione e all’attacco. Nel mondo militare, l’occupazione si riferisce a delle forti relazioni di potere, a complicazioni spaziali e a un modello di sovranità a più dimensioni.
Queste relazioni vengono imposte da chi occupa a chi è occupato e potrebbe o meno resistervi. L’obiettivo è spesso l’espansione, ma anche la neutralizzazione, il controllo soffocante e la repressione dell’autonomia.
L’occupazione spesso implica una mediazione senza fine, un processo eterno, una negoziazione indeterminata e una perdita delle divisioni spaziali. Non prevede risultati o soluzioni. Essa fa inoltre riferimento all’appropriazione, alla colonizzazione e all’estrazione. Nel suo aspetto processuale l’occupazione è sia permanente sia variabile, e le sue connotazioni sono completamente differenti per chi occupa e per chi è occupato.
Naturalmente le occupazioni – in tutti le diverse sfumature del termine – non sono mai la stessa cosa. Ma la forza mimetica del termine opera in ognuno dei diversi significati e li richiama l’uno verso l’altro. C’è una magica affinità nella parola stessa: sembra sempre la stessa, ma la forza della similitudine lavora dal suo interno. È la forza del nominare che si muove dalla differenza alle situazioni scomodamente approssimative, altrimenti segregate e gerarchizzate dalla tradizione, dall’interesse e dal privilegio.

Occupazione come Arte
Nel contesto dell’arte, la transizione da lavoro a occupazione ha ulteriori implicazioni. Cosa succede al lavoro artistico in questo processo? Si trasforma anch’esso in un’occupazione?
In parte, accade. Ciò che di solito si materializza esclusivamente come oggetto o prodotto – come lavoro (d’arte) – ora tende ad apparire come attività o come performance.
Oggi il lavoro artistico tradizionale è stato ampiamente sostituito dal lavoro come processo, come occupazione.
L’arte è un’occupazione nella misura in cui tiene occupate le persone, gli spettatori e molti altri. In numerosi paesi ricchi l’arte denota uno schema occupazionale abbastanza popolare. L’idea che l’arte contenga al suo interno una propria gratificazione e che non necessiti di remunerazione è per lo più accettata nel contesto lavorativo culturale.
Il paradigma dell’industria culturale fornisce un esempio di economia che ha funzionato grazie alla creazione di un numero crescente di occupazioni (e distrazioni) per persone che in molti casi stavano lavorando gratuitamente. Inoltre si diffondo sempre più schemi occupazionali mascherati da forme di educazione artistica. Sempre più programmi post e post-post laurea proteggono gli artisti dalla pressione del mercato dell’arte (pubblico o privato). L’educazione artistica ha ora una durata maggiore – crea aree di occupazione, le quali producono meno “lavori” ma più “processi”, forme del sapere, campi di impegno, e piani di relazioni. Ciò produce anche sempre più educatori, mediatori, guide e anche guardie – tutte condizioni occupazionali che rimangono processuali (e mal pagate o non pagate affatto).
Il significato professionale e militarizzato di occupazione incontra qui inaspettatamente il ruolo della guardia o del tirocinante, creando uno spazio contraddittorio. Recentemente un professore dell’Università di Chicago ha suggerito che i guardiani dei musei dovrebbero essere armati. Naturalmente egli si riferiva principalmente ai guardiani che si trovano in Paesi già occupati come l’Iraq e altri Stati che si trovano al centro di un’insurrezione politica, ma citando potenziali cedimenti dell’ordine pubblico ha “piegato” al suo appello anche il Primo Mondo.
Come se non bastasse, nella figura di guardiano museale, tra cui potrebbero esserci anche dei veterani di guerra, l’idea di occupazione artistica come mezzo per ammazzare il tempo incontra il senso militare di controllo spaziale. L’intensificazione dei sistemi di sicurezza trasforma i luoghi dell’arte e inscrive il museo o la galleria in una serie di passaggi di potenziale violenza.
Un altro ottimo esempio nella complicata topologia dell’occupazione è l’immagine dell’interno (in un museo, una galleria, o più similmente un progetto isolato). Il termine interno è collegato all’internamento, al confinamento e alla detenzione, sia volontari che involontari. Parlando di occupazione si suppone di essere dentro il sistema, ma si è ancora esclusi dal pagamento. Si è dentro il lavoro ma fuori dalla remunerazione: bloccati in uno spazio che contemporaneamente include il fuori ed esclude il dentro. Risultato: si lavora per mantenere la propria occupazione.
Entrambi gli esempi producono uno spazio-tempo fratturato con diversi gradi di intensità. Sono zone molto separate l’una dall’altra, eppure intrecciate e interdipendenti. Il diagramma dell’occupazione artistica rivela un sistema interamente sotto controllo, completo di guardiani, livelli d’accesso e una gestione serrata di movimenti e informazioni. La sua architettura è incredibilmente complessa. Alcune parti sono forzatamente immobilizzate e la loro autonomia rifiutata e sedata così da poter tenere le altre parti più mobili. L’occupazione opera su entrambi i fronti: facendo forzatamente ordine e tenendo fuori, essa include ed esclude, occupandosi dell’accesso e del flusso. Potrebbe non sorprendere che questo modello segua spesso, ma non sempre, le linee della classe e dell’economia politica.
Nelle zone più povere del mondo, il controllo serrato sull’arte potrebbe sembrare minore. Ma l’arte-come-occupazione in questi luoghi può essere ancora più utile alle grandi deviazioni ideologiche presenti all’interno del capitalismo e perfino trarre concretamente vantaggio dal lavoro privato di qualsiasi diritto. Migranti, liberali e miseria urbana possono ancora essere usati dall’artista come materia grezza. L’arte eleva i quartieri più degradati attraverso l’estetizzazione del loro stato di rovine urbane e manda via gli abitanti storici dell’area dopo che questa diventa di moda.
Così l’arte aiuta a strutturare, gerarchizzare, riordinare, degradare o innalzare lo spazio; a organizzare, sprecare o semplicemente consumare il tempo attraverso una vaga distrazione o la ricerca commissionata di una larga e non pagata attività para-produttiva; e questo crea diversi ruoli nelle figure dell’artista, del pubblico, del curatore freelance o di chi carica dal proprio telefonino i video sul sito di un museo.
Generalmente l’arte è parte di un sistema globale variabile, quello che contribuisce al sottosviluppo di alcune parti del mondo, mentre sovrasviluppa altre parti e i confini tra queste aree connesse e sovrapposte.

Vita e autonomia
Ma al di là di questo, l’arte non si limita all’occupazione di persone, spazio o tempo. Essa occupa anche la vita stessa in quanto tale.
Perché dovrebbe funzionare così? Iniziamo con una piccola digressione sull’autonomia artistica. L’autonomia artistica era tradizionalmente definita non dall’occupazione, ma dalla separazione – più precisamente, dalla separazione dell’arte dalla vita. Quando la produzione artistica divenne più specializzata, in un mondo industriale segnato da una crescente divisione del lavoro, cominciò a crescere parallelamente, distanziandosi da una funzionalità orchestrata dall’esterno.
Mentre si allontanava apparentemente dalla strumentalizzazione, perdeva di rilevanza sociale. Come per reazione, diverse avanguardie hanno scelto di rompere le barriere dell’arte e ristabilire la sua relazione con la vita.
Speravano di dissolvere l’arte nella vita, di instillarla con un colpo rivoluzionario. Ma quello che accadde fu piuttosto il contrario. Per essere più specifici: la vita è stata occupata dall’arte, dal momento che le iniziali incursioni artistiche nella vita e la pratica giornaliera si sono trasformate gradualmente in incursioni di routine, e quindi in un’occupazione costante.
Oggi l’invasione dell’arte nella vita non è più un’eccezione ma la regola. Con l’autonomia artistica si intendeva separare l’arte dalla routine giornaliera – dalla vita modana, dall’intenzionalità, dall’utilità, dalla produzione e dalla causa strumentale – per distanziarla dalle regole di efficienza e coercizione sociale. Ma quest’area, isolata in modo incompleto, ha poi incorporato tutto ciò da cui inizialmente aveva preso le distanze, ricomponendo il vecchio ordine con i suoi propri paradigmi estetici. L’incorporazione dell’arte nella vita è stata un tempo un progetto politico (sia per la sinistra che per la destra), ma l’incorporazione della vita nell’arte è ora un progetto estetico, e coincide complessivamente con un’estetizzazione della politica.
A tutti i livelli delle attività giornaliere l’arte non solo invade la vita, ma la occupa. Questo non significa che essa sia onnipresente. Significa soltanto che essa ha stabilito una topologia complessa fatta sia di presenza dominante che di assenza – entrambe con un certo impatto sulla vita quotidiana.

Checklist
Ma, potreste obiettare, a parte una denuncia occasionale: “Io non ho niente a che fare con l’arte! Come può la mia vita essere occupata dall’arte?”
Forse una delle seguenti questioni può a fare al caso vostro:
Ti senti dominato dall’arte intesa come una continua performance del sé?11 Ti svegli mai con la sensazione di essere un multiplo? Senti mai di essere come su una specie di schermo costantemente acceso?
Sei mai stato “decorato”, migliorato, “aggiornato” o hai tentato di fare tutto ciò a qualcuno/qualcos’altro? Il tuo affitto è mai stato raddoppiato perché dei “ragazzini con dei pennelli” si erano trasferiti nell’edificio fatiscente accanto al tuo? Hai mai la sensazione di essere stato programmato da qualcuno? O dal tuo iPhone?
O pensi, al contrario, che l’accesso all’arte (e alla sua produzione) stia venendo revocato, decurtato, tagliato via, impoverito e nascosto dietro barriere insormontabili? Il lavoro in questo campo è senza compenso? Vivi in una città che investe una larga porzione del proprio budget culturale per sovvenzionare una mostra d’arte off? L’arte concettuale della tua regione è privatizzata dall’azione predatoria delle banche?
Tutti questi sono sintomi di occupazione artistica. L’occupazione artistica invade completamente la vita, ma allo stesso tempo taglia fuori dalla circolazione molta altra arte.

Divisione del labor
Naturalmente, pur volendo, le avanguardie non avrebbero mai potuto ottenere una immediata dissoluzione dei confini tra arte e vita. Una delle ragioni ha a che fare con un alquanto paradossale sviluppo dal basso dell’autonomia artistica. Secondo Peter Bürger, l’arte ha acquisito uno status speciale all’interno del sistema capitalistico borghese perché gli artisti hanno in qualche modo rifiutato di attenersi alla specializzazione richiesta ad altre professioni. Mentre in quel contesto storico questo fatto contribuiva a rivendicare l’autonomia artistica, i più recenti sviluppi nei modi di produzione neoliberale in molti campi occupazionali hanno cominciato a ribaltare la divisione del lavoro.
L’artista-come-dilettante e designer biopolitico è stato superato dall’impiegato-come-innovatore, dal tecnico-come-impresario, dal lavoratore-come-ingegnere, dal manager-come-genio e (peggio di tutti) dall’amministratore-come-rivoluzionario. Modello per molte forme di occupazione contemporanea, il multitasking segna il rovesciamento della divisione del lavoro: la fusione di professioni, o piuttosto la loro confusione. La figura dell’artista come creativo eclettico serve ora come modello (o pretesto) per legittimare l’universalizzazione del dilettantismo professionale e dell’iperaffaticamento, al fine di risparmiare denaro per un lavoro specializzato.
Se le origini dell’autonomia artistica mentono rifiutando la divisione del lavoro (e l’alienazione e la soggezione che l’accompagna), questo rifiuto viene poi reintegrato nel sistema produttivo neoliberale per liberare quei potenziali latenti necessari per un’espansione finanziaria. In questo modo la logica dell’autonomia era arrivata al punto di avvicinarsi alle nuove ideologie dominanti della flessibilità e dell’imprenditoria di sé, ottenendo anche nuovi significati politici. Lavoratori, femministe e movimenti giovanili degli anni ’70 iniziarono ad affermare la propria autonomia dal lavoro e dal regime presente nell’industria.13 Il capitale ha reagito a questa traiettoria disegnando la sua propria versione dell’autonomia: l’autonomia del capitale dai lavoratori. 14 I ribelli, le forze autonome di queste varie lotte diventarono un catalizzatore per la re-invenzione capitalistica delle relazioni di lavoro in quanto tali. Il desiderio di auto-determinazione è stato riarticolato in un modello di business auto-imprenditoriale; la speranza di dominare l’alienazione è stata trasformata in un narcisismo seriale e una sovraidentificazione con la propria occupazione. Soltanto in questo contesto possiamo comprendere perché si crede che le occupazioni attuali, che promettono un tipo di vita non alienato, contengano in sé una propria gratificazione. Ma il rimedio all’alienazione che suggeriscono prende forma da una più pervasiva oppressione del sé, che probabilmente è di gran lunga peggiore dell’alienazione tradizionale.
Le lotte per l’autonomia e soprattutto la risposta del capitale a queste lotte sono profondamente radicate nel passaggio dal lavoro all’occupazione. Come abbiamo visto, questa transizione è basata su un modello in cui l’artista è una persona che rifiuta la divisione del lavoro e conduce uno stile di vita alienata. Questo è uno dei modelli per le nuove forme occupazionali della vita che sono onnicomprensive, passionali, auto-oppressive, e narcisiste fino al midollo.
Per parafrasare Allan Kaprow: la vita in una galleria è come scopare in un cimitero. Potremmo aggiungere che le cose peggiorano quando la galleria si riversa nuovamente nella vita: non appena la galleria/cimitero invade la vita, si inizia a sentirsi incapaci di scopare in qualunque altro posto [che non sia la galleria/cimitero].

Occupazione, ancora
Possiamo ora iniziare a esplorare un ulteriore significato del termine occupazione, il significato che ha assunto nelle innumerevoli occupazioni abusive così come nelle prese di potere degli ultimi anni. Come gli occupanti della New School nel 2008 hanno sottolineato, questo tipo di occupazione cerca di intervenire nelle forme che governano il tempo e lo spazio, invece di bloccare e immobilizzare semplicemente una specifica area: L’occupazione impone un’inversione delle consuete dimensioni dello spazio. Lo spazio in un’occupazione non è solo il contenitore del nostro corpo, è un piano di potenzialità congelato dalla logica della merce. In un’occupazione si deve entrare in contatto con lo spazio topologico, come uno stratega, chiedendosi: quali sono le sue aperture, le entrate, le uscite? come si può disalienarlo, disidentificarlo, renderlo inoperante, farlo comune?
Per scongelare le forze che giacciono dormienti nello spazio pietrificato dell’occupazione, bisogna riarticolare i loro usi funzionali, renderli non-efficienti, non-strumentali, e non-intenzionali nella loro veste di strumenti di coercizione sociale. Significa anche smilitarizzare questo spazio – almeno in termini di gerarchia – per poi rimilitarizzarlo in modo diverso. Liberare uno spazio artistico dall’arte-come-occupazione sembra un compito paradossale, soprattutto quando questi spazi si estendono al di là della galleria tradizionale. D’altra parte, non è difficile immaginare come uno qualsiasi di questi spazi potrebbe operare in modo non-efficiente, non-strumentale e non-produttivo.
Ma qual è lo spazio che dovremmo occupare? Naturalmente, in questo momento i suggerimenti più comuni riguardano musei, gallerie e altri spazi d’arte. Non c’è assolutamente niente di sbagliato in questo, quasi tutti questi spazi devono essere occupati, ora, ancora, e per sempre. Ma, ancora una volta, nessuno di questi spazi coesiste strettamente con i nostri molteplici spazi di occupazione. I regni dell’arte restano per lo più adiacenti ai territori incongruenti che ricuciono e articolano l’accumulo incoerente di tempi e spazi da cui siamo occupati. A fine giornata, le persone potrebbero lasciare il luogo di lavoro, per andare a casa a fare quelle cose precedentemente chiamate labor: rimuovere gas lacrimogeno, andare a prendere i figli all’asilo, andare avanti con le proprie vite.19 Perché queste vite accadono nel vasto e imprevedibile territorio dell’occupazione, che è anche il luogo dove le vite sono state occupate. Voglio dire che noi occupiamo questo spazio. Ma dov’è esattamente? E come può essere rivendicato?

Il territorio dell’occupazione
Il territorio dell’occupazione non è un unico luogo fisico, e non è sicuramente da ricercare all’interno di qualsiasi territorio occupato esistente. È uno spazio di influenze, materialmente sostenuto da una realtà violata. Può essere realizzato ovunque, in qualsiasi momento. Esiste come esperienza possibile. Può consistere in una sequenza composita, un montaggio di movimenti attraverso posti di blocco, controlli di sicurezza aeroportuali, registratori di cassa, viste aeree, body scanner, lavoro sporadico, porte di vetro girevoli, negozi duty free. Come faccio a saperlo? Ricordate l’inizio di questo testo? Vi ho chiesto di registrare alcuni secondi ogni giorno sul vostro cellulare. Bene, questa è la sequenza che ho raccolto sul mio telefono, attraversando il territorio dell’occupazione, per mesi e mesi.
Passeggiando sotto il freddo sole d’inverno e vedendo sbiadire le insurrezioni sostenute e amplificate dai telefoni cellulari. Condividendo la speranza con folle desiderose di primavera. Una primavera sentita come necessaria, vitale, inevitabile. Ma la primavera non è arrivata quest’anno. E non è arrivata in estate, né in autunno. Arrivò nuovamente l’inverno, ma della primavera nulla. Le occupazioni arrivarono e si solidificarono, vennero calpestate, soffocate col gas, fucilate. In quell’anno la gente coraggiosamente, disperatamente, appassionatamente combatté per riavere la primavera. Ma essa rimase inafferrabile. E mentre la primavera continuava a essere violentemente tenuta a distanza, questa sequenza si è accumulata nel mio cellulare. Una sequenza alimentata da gas lacrimogeni, strazi, e una transizione permanente. La registrazione della ricerca della primavera.

Stacco sugli elicotteri Cobra che volano sopra le fosse comuni, strisce pedonali verso I centri commerciali, un mosaico di filtri anti-spam, schede SIM, tessitori nomadi; effetto a spirale per le prigioni di frontiera, cura dei bambini e sfinimento digitale. Nubi di gas si dissolvono tra i grattacieli. Esasperazione. Il territorio dell’occupazione è un luogo di custodia, di origine, di copertura, e di continue vessazioni, spinto, controllato, sorvegliato, delimitato, detenuto, ritardato, inatteso – favorisce condizioni in cui è sempre troppo tardi, troppo presto, condizioni di arresto, sopraffazione, perdita, caduta.
Il vostro telefono vi sta guidando in questo viaggio, facendovi impazzire, facendovi piagnucolare come un bambino, fare le fusa come un amante, bombardandovi con noiose, esasperanti, imbarazzanti, oltraggiose rivendicazioni di tempo, spazio, attenzione, numeri di carte di credito. Il vostro telefono copia-e-incolla la vostra vita in innumerevoli immagini incomprensibili, senza senso, senza pubblico, senza scopo, ma che hanno impatto, forza, e velocità. Il vostro telefono accumula lettere d’amore, insulti, fatture, progetti, comunicazioni senza fine. È stato monitorato e scansionato, trasformato in cifre invisibili, in un movimento di sfocatura. Un occhio digitale, come avere il vostro cuore in mano. È testimone e informatore. Se rivela la vostra posizione, significa che ne avrete retroattivamente avuta una. Se filmate il cecchino che vi spara, il telefono avrà raggiunto il suo scopo. Lui sarà stato incorniciato e fissato, in una composizione di pixel senza volto. Il telefono è il vostro cervello in un design incorporato, il vostro cuore come un prodotto, la “Mela” dei vostri occhi.
La vostra vita si riduce a un oggetto nel palmo della mano, pronto per essere sbattuto contro un muro eppure ancora capace di sorridervi, in frantumi, dettandovi scadenze, registrazioni, interruzioni.
Il territorio dell’occupazione è un territorio in green-screen, follemente assemblato e congetturato da zapping, operazioni copia-e-incolla incongruamente digitate, strappate, lacerate, frantumando la vita e il cuore. È uno spazio governato non solo da sovranità 3D, ma anche 4D perché occupa il tempo, e anche 5D perché invia comandi dallo spazio virtuale, e n-D perché ci guida dall’alto, dall’al di là, dall’altra parte – in Dolby Surround. Il tempo si scontra asincronicamente con lo spazio; accumulando, con gli spasmi di capitale, la disperazione e il desiderio di correre sfrenatamente.
Qui e altrove, ora e poi, ritardi ed echi, passato e futuro, il giorno per la notte si annidano l’uno nell’altro come effetti digitali non renderizzati. Sia l’occupazione temporale che quella spaziale si intersecano per produrre linee temporali individualizzate, intensificate da circuiti frammentati di produzione e realtà militari aumentate. Possono essere registrate, oggettivate, e quindi rese tangibili e reali. Una materia in movimento, fatta di immagini povere, un flusso concesso alla realtà materiale. È importante sottolineare che questi non sono solo i resti passivi di movimenti individuali o soggettivi. Sono piuttosto sequenze che creano individui per mezzo di un’occupazione. Esse innescano dei punti fermi e un abbandono appassionato. Guidano, scioccano e seducono.
Guardate il telefono per vedere come ha campionato le sporadiche traiettorie di occupazione. Guardate anche quello degli altri. Se guardate il vostro telefono potreste trovare anche questa sequenza: Stacco sugli elicotteri Cobra che volano sopra le fosse comuni, strisce pedonali verso i centri commerciali, un mosaico di filtri anti-spam, schede SIM, tessitori nomadi; effetto a spirale per le prigioni di frontiera, cura dei bambini e sfinimento digitale.
Avrei potuto inviarvela dal mio telefono. Guardate come si diffonde. Guardate come viene invasa da altre sequenze, molte sequenze, guardatene i rimontaggi, le riarticolazioni, il ri-editing. Lasciamo che i nostri scenari di occupazione si mescolino e si squarcino. Rompiamo la continuità. Affianchiamo. Modifichiamo in parallelo. Saltiamo l’asse. Costruiamo suspense. Facciamo pausa. Rilanciamo. Continuiamo a cercare le primavere.
Questi sono i nostri territori di occupazione, tenuti separati con forza l’uno dall’altro, ciascuno nel proprio recinto corporativo. Modifichiamoli. Ricostruiamoli. Riorganizziamoli. Distruggiamoli. Articoliamoli. Alieniamoli. Sblocchiamoli. Acceleriamoli. Abitiamoli. Occupiamoli.
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Questo testo è dedicato al compagno Siyar.
Grazie a Apo, Neman Kara, Tina Leisch, Sahin Ok, e Selim Yildiz.



Traduzione a cura di Giulia Tonucci

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