A occhi aperti • Alessandro Argnani

22 Lug

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Cesare Fabbri

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Allegra Martin

Rebecca Solnit “Storia del camminare”

21 Lug

“Il grande artista tedesco Joseph Beuys soleva pronunciare la massima “Tutti sono artisti”, che per lui era anche un manifesto. Ho sempre pensato che la massima volesse dire che, a parere di Beuys, tutti sarebbero in grado di realizzare un’opera d’arte; ma adesso mi chiedo se l’artista non parlasse invece di una potenzialità più fondamentale, e cioè che tutti potrebbero farsi parte attiva invece che essere pubblico, che tutti potrebbero diventare produttori invece che consumatori di significato (la stessa idea è sottesa nel credo del DIY – do it yourself, fai da te – della cultura punk). Il concetto secondo cui tutti possono partecipare alla costruzione della propria vita e di quella della comunità è l’ideale più nobile della democrazia, e la strada è l’arena più grande della democrazia stessa, il luogo in cui la gente comune può parlare senza essere separata da muri, senza essere mediata da chi ha più potere. Non è per coincidenza se “media” e “mediato” hanno la stessa radice: l’agire politico diretto svolto in uno spazio pubblico reale può essere l’unica forma di attivazione di una comunicazione non mediata con estranei, e anche un modo per raggiungere il pubblico dei media contribuendo al farsi letterale delle notizie. Processioni e feste di strada sono alcune manifestazioni piacevoli della democrazia, e perfino le espressioni più solipsistiche e più edonistiche di esse contribuiscono al mantenimento della vivacità tra il popolo e all’apertura delle strade per un impiego più palesemente politico. Parate, manifestazioni, proteste, sommosse e rivoluzioni urbane riguardano tutte individui che fanno parte del pubblico e si muovono in spazi pubblici più per esprimersi e fare politica che per ragioni pratiche. E perciò appartengono alla storia culturale del camminare.”

Video #7 // Giorno #18 [ACCAMPAMENTO]

20 Lug

Video #6 // Giorno #13 [CAMMINO]

20 Lug

Epistolario #9 // La danza del sole

20 Lug

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LETTERA DI LAURA PANTE
Mi sono ritrovata raccoglitrice,
raccolgo sulla superficie della terra cose,
qualsiasi tipo di cose
sassi, pezzi di legno, fiori,
sassi che sembrano fossili, che sembrano cuori,
pezzi di rami che somigliano al volto di Nefertiti.

Due quadrifogli,
un soldatino di plastica su uno scoglio al mare,
un pezzo di metro bianco sempre di plastica che si ferma a cm 59,
un braccialetto di ottone davanti alla cassa del supermercato a Milano,
un depliant con dentro il listino della pizzeria “La Fata”.

[…] Celati, criticando Calvino, distingue una cattiva regressione, che pretende di recuperare il passato attraverso
“un ritorno alla sostanza originale dell’Uomo” e una regressione formale o razionale, intesa come “il
ritrovamento di un’alternativa alla storia, o meglio delle alternative alle scelte fatte dalla Storia, degli oggetti
scartati dalla storia”. Una tale archeologia, che concerne essenzialmente “il dimenticato” e il “silenzio”, non può
essere che una “scienza dei margini”, scienza di ciò che è rimasto “fuori della città, o sepolto nella città, dietro le
grandi facciate o sui lati oscuri delle prospettive”. Gli oggetti archeologici saranno allora “quegli oggetti di cui
non si possono cogliere le motivazioni interne che li hanno prodotti attraverso il loro vissuto specifico, gli oggetti
dimenticati, gli scarti inutilizzati e frammentari, ciò che è diventato illeggibile e fuori moda.
Dalla prefazione di Giorgio Agamben a Enzo Melandri, “La linea e il circolo. Studio logico filosofico sull’analogia”, Quodlibet, Macerata
2004, prima ed. il Mulino, 1968. Il testo citato fra virgolette è di Gianni Celati, “Il bazar archeologico”, Riga, 14, 1998.

Incroci.

Ci siamo incrociati d’estate,
all’ultimo momento,
quando il sole fissava la terra.
I nostri corpi e la terra secca,
l’apparire ginnico di una palestra
che mi ricordava l’architettura
di un luogo attorno al quale
ho riflettuto e studiato.
Sguardi di persone che non conoscevo,
come parole coerenti di un discorso che so.

Nous entrons dans l’avenir à reculons

Non so esattamente cosa sto scrivendo,
cosa voglio scrivervi,
sbaglio continuamente a battere i tasti sulla tastiera.
Ultimamente la mia dislessia
comincia a venire sempre più in superficie,
l’escamotage comincia a non funzionare più,
sto perdendo qualcosa,
l’influsso di un tempo
che non mi appartiene,
lentamente.

Incontrarvi è stato per me come leggere
una mappa rimasta chiusa in un cassetto,
certe cose le ricordavo,
certe altre sono andate a concatenarsi
in un nuovo tipo di costellazione,
molte cose hanno parlato
all’architettura letterale dalla quale provengo.

Abbiamo costruito una caverna nel campo.

Poi ho visitato molte grotte,
in Ungheria, in Garfagnana.

[…] L’uomo, nell’incontro col linguaggio, colla propria intima sirena, può scoprire che essa tace o non c’è, può
urtarsi al proprio silenzio essenziale. Proprio per far fronte a questo silenzio, Ulisse ha messo in opera i suoi
mezzi puerili. Forse, sebbene ciò sembri superiore all’intelligenza umana, egli si è ben accorto che le sirene
tacevano, e soltanto a guisa di scudo ha opposto ad esse e agli dei questa commedia.
Giorgio Agamben, “Sull’impossibilità di dire Io”, in Giorgio Agamben, “La potenza del pensiero. Saggi e conferenze”, Neri Pozza, Milano
2005.

Io adoro Furio Jesi in modo quasi puerile ed entusiastico!

[…] La macchina negativa che produce il nulla dal nulla, è la politica in cui viviamo, la forma del dominio
spettacolare che sta davanti ai nostri occhi. Essa isola e blocca il cuore di non-essere del linguaggio, fa del
silenzio delle sirene la sua più temibile arma, l’arcano di un nuovo potere che governa esibendo il suo vuoto.
Per questo il mistero che l’uomo ha istituito nel momento in cui è diventato parlante può essere sciolto soltanto
politicamente, se per politica s’intende vittoria sulle sirene, esposizione risolutiva del vuoto della macchina-Io,
iniziazione all’assenza di mistero dell’uomo.
A cura di Andrea Cavalletti, Furio Jesi, “Il tempo della festa”, Nottetempo, Roma 2013.

Forse non so scrivere molto ancora,
ma c’è in questo movimento che stiamo compiendo
qualcosa che parla di un essere in comune,
del gioco intensivo della presenza,
del lavoro del corpo,
dell’allenamento,
dell’ascolto del circostante
e del preesistente,
del territorio italiano,
del portare ad espressione,
della rappresentazione,
della non rappresentazione.
Qualcosa che prova a frequentare
lo spazio dell’analogia
dove le cose aderiscono le une alle altre
da distante,
dove le cose confliggono,
dove le cose misurano una differenza
e ne prendono coscienza.

C’è stato il temporale,
ho incontrato un uomo con la testa di piume,
ho visto una donna con un sorriso nuovo,
un cerchio e fuori dal cerchio
il pasto di un rapace.
Lo sguardo lontano,
la danza del sole.

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere
molti frutti dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti.
La parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.
“Estate”, in Cesare Pavese, “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino 2001, prima edizione 1936.
Devo uscire a stampare queste pagine
sullo schermo non riesco a leggere le parole con le dita,
ne approfitto per fare alcune fotocopie che voglio dare a Leo,
per stampare una cosa per Valerio,
la poesia di Pavese che ho citato
mi fa pensare ad Helene.
Preparo la valigia,
ci vediamo più tardi.
Laura

Peter Liversidge “Proposals” #06

19 Lug

PROPOSTA PER SILVIA BOTTIROLI A SANTARCANGELO 12.13.14
FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL TEATRO IN PIAZZA
SANTARCANGELO DEI TEATRI, VIA ANDREA COSTA 28
47822, SANTARCANGELO DI ROMAGNA, RN, ITALIA.

Settembre 2012
Propongo di andare a passeggiare insieme.

Agosto 2012
Propongo di camminare per Santarcangelo dalle 9 alle 17, per tutta la durata del Festival. Conterei i miei passi mentre passeggio e ogni trentanovesimo passo cadrei a terra. Sdraiato lì conterò fino a venticinque, dopodiché mi rialzerei e continuerei a camminare fino a raggiungere il trentanovesimo passo per poi cadere nuovamente a terra. Farei questo per tutta la giornata, non rivolgendo parola a nessuna delle persone che incontro sulla mia strada.

Agosto 2012
Propongo di intraprendere insieme un cammino in controtendenza.


Il progetto Proposals per Santarcangelo •12 •13 •14

Traduzione a cura di Michelle Davis

A occhi aperti • ZimmerFrei

18 Lug

Massimo Carozzi / ZimmerFrei



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Anna de Manincor / ZimmerFrei

Emmanuel Carrère, D’autres vie que la mienne
dautres-vies-que-la-mienne

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